Pulcheria: Lella Costa e la sindrome di Gertrude mercoledì a Piacenza

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Martedì 14 e mercoledì 15 settembre a Piacenza due grandi eventi all’interno di Pulcheria:

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domani, martedì 14: la proiezione del documentario “Poesia che mi guardi” di Marina Spada con cineforum;

mercoledì 15: l’incontro con LELLA COSTA che presenterà il suo ultimo libro “La sindrome di Gertrude. Quasi un’autobiografia”.

Mercoledì 15 settembre, ore 21.00 – Auditorium S.Ilario

 

LELLA COSTA

presenta il suo ultimo libro:

LA SINDROME DI GERTRUDE. Quasi un’autobiografia

 

Ingresso gratuito

 

La sindrome di Gertrude è quella che ha portato la Signora in questione, meglio nota come la monaca di Monza, a rispondere di sì a uno che invece avrebbe fatto meglio a ignorare. Per passione, per noia, per ribellione, per curiosità, per sfinimento, perché sapeva resistere a tutto tranne che alle tentazioni.

Ecco, io più o meno funziono così: quando mi chiedono qualcosa, tendo a rispondere di sì. L’idea che a qualcuno possa interessare un libro su di me, detto tra noi, continua un po’ a turbarmi. Però in fondo mi piace, e anche tanto, e mi lusinga un po’, anzi parecchio. A patto, naturalmente, che sia chiaro in partenza ciò che questo libro non è e non vuole essere: niente agiografia, niente pettegolezzo, niente eccesso di autoreferenzialità; piuttosto il gusto di provare a raccontare quella sorta di molteplicità che ha finito per caratterizzare la mia vita.

Dunque, in sintesi, in questo libro racconterò di carcere e cinema, scarpe e solidarietà, teatro e teiere, musica e memoria, doppiaggio e diritti civili; ma anche di musicisti, attrici, cantante, scrittori, poetesse, stilisti (wow!), soubrette, registi, chirurghi, e soprattutto di quegli esseri di sovrumana generosità che vanno sotto l’etichetta riduttiva di “pubblico”.
In questo libro ci siete anche voi, con me.

Parola di Gertrude.

(Lella Costa)

 

Dalla quarta di copertina:
GERTRUDISMO s.m. Neologismo liberamente ispirato al noto personaggio manzoniano, indica la tendenza compulsiva a tratti patologica a rispondere affermativamente a proposte, richieste e provocazioni, quasi mai valutandone con attenzione le conseguenze. La risposta non comporta necessariamente sventura, talvolta qualche ripensamento.

 

Lella Costa

Lella (Gabriella) Costa dopo gli studi in Lettere e il diploma all’Accademia dei Filodrammatici esordisce nel 1980 con il suo primo monologo: Repertorio, cioè l’orfana e il reggicalze. È l’inizio di un percorso che la porterà a frequentare autori contemporanei, a farsi le ossa alla radio, ad avvicinarsi al cosiddetto teatro-cabaret ed a raggiungere il successo divenendo una delle più amate attrici italiane. Nel 1987 debutta con Adlib, monologo con cui inizia anche la sua attività di autrice. Seguiranno Coincidenze, Malsottile, Magoni, (con le musiche originali di Ivano Fossati), La daga nel loden, Stanca di guerra (scritto in collaborazione con Alessandro Baricco), Un’altra storia (con la regia di Gabriele Vacis) e infine Precise Parole, sempre con la regia di Vacis. Lella Costa alterna l’impegno teatrale con rare, ma raffinate apparizioni televisive, indovinate trasmissioni radiofoniche e un costante impegno civile a favore soprattutto di Emergency.

 

Recensione del libro

 

Quando è uscito questo libro Teresa Strada era ancora viva. Vogliamo ricordarla anche in questa recensione con le parole di Lella:

“E considero Teresa la rossa più strepitosa del mondo, per coraggio volontà e intelligenza. È lei la vera anima, oltre che il presidente, di Emergency: Teresa Sarti. Stanca di guerra, bellissima e invincibile”

 

… e la sventurata rispose. Questa è la Gertrude manzoniana, quella monaca incapace di resistere alla tentazione di acconsentire a una richiesta, pur peccaminosa. Mai peccaminose sono le richieste che tanti, troppi, rivolgono a Lella Costa, ma simile a quella della monaca di Monza è la sua incapacità di rifiutarle: da qui la sindrome di Gertrude di cui si parla e che è titolo di questa brillante quasi autobiografia.

Brava a scrivere lo è sempre stata, testimone ne è la reputazione maturata fin dal liceo, generosa anche perché l’incontro nel 1995 con Emergency, Gino Strada e Teresa Sarti le hanno subito cambiato la vita. L’impegno politico giovanile è così diventato un impegno di vita. Il primo monologo, Stanca di guerra, attualissimo anche oggi, forse in modo particolare oggi, nasce proprio dall’incontro con le testimonianze di Gino Strada e con una maggior coscienza di che cosa siano le guerre contemporanee che vedono il 95% dei morti tra i civili, donne e bambini prima di tutto.

 

Ecco poi il ricordo della sua esperienza come doppiatrice: Sentieri l’ha vista per venticinque anni voce della fascinosa Reva Shayne. Davvero spassoso il suo abstract della soap opera e dei canoni di questo genere televisivo!

Da anni Lella è presenza costante al Festivaletteratura di Mantova, ma il suo ricordo particolare va all’esperienza della lettura con musica fatta nel 2008 all’interno del carcere e dal titolo Terra! Emigranti si nasce. Questa però era solo una delle ultime sue letture fatte per i reclusi, esperienza iniziata già nel 1987 nel carcere di San Vittore a Milano (di cui ricorda con estrema ammirazione il direttore Luigi Pagano, così come la direttrice del carcere di Bollate Lucia Castellano). Dal parlare di carceri poi si passa ad uno dei più noti “prigionieri”, Adriano Sofri, all’amicizia con lui e al suo caso che l’ha portata spesso a entrare nel carcere di Pisa al seguito di qualche parlamentare amico.

 

Da Pisa a Milano, la sua città:

 

“Milano, se ci sei nata, è difficile raccontarla…: Città insopportabile, ostaggio di mafie e ricatti. Città di denaro e apparenza, valore di scambio. Città arida, livida e sprofondata per sua stessa mano. Città che ci puoi lavorare e non vivere. Città che chi viene da fuori la adora. Città tollerante, città respingente. Città che puoi solo andar via. Città immensa, città piccolissima. Cosa avrà poi da tirarsela tanto?…”

 

Un capitolo colpisce: riservata com’è sul suo privato Lella Costa dedica alcune intense pagine alla terribile esperienza di due aborti terapeutici, e si rivolge alle donne che sempre con dolore compiono la scelta di abortire e agli uomini che, senza diritto, vogliono giudicare, legiferare, intervenire su una decisione che deve essere solo della donna.

 

Il lavoro e i tanti incontri sono però al centro di questo libro: il ricordo delle varie presenze televisive (ma è il teatro il suo luogo naturale), tutte positive, ma “speciale” quella della prima annata della Tv delle ragazze. Moda, vestiti, scarpe: ecco il lato frivolo e leggero di questa donna impegnata che non dimentica però la sua femminilità e non la nasconde. Anche i vestiti di scena richiedono una conoscenza della sua personalità e così può nascere l’amicizia con uno stilista di riferimento, Marras. Le amicizie, le più varie, costellano e riempiono la vita di Lella Costa, preti, medici, gente comune. Unico comun denominatore la forte tensione etica e la generosità.

 

L’ultima parte del libro, questa autobiografia che non parla di privato (tranne poche eccezioni) ma di incontri, è costellata di nomi noti a cui molti lettori sono affezionati e sorge una simpatica invidia per questa donna, così umile e brillante che non esalta mai se stessa, ma sempre gli altri che, senza false modestie, non si considera speciale, ma una persona seria, una che lavora ed è disponibile (sarà la sindrome di Gertrude, ma credo sia semplicemente generosità) se crede in qualcosa e che ha avuto la fortuna di incontrare persone davvero speciali.

 

Ed è questo atteggiamento che ci fa amare Lella Costa di cui ammiriamo bravura e intelligenza, il suo essere una delle poche donne che, oggi, non ha rinunciato ad essere pensante senza annullare il suo essere carina e attraente (per piacere a tutti, uomini e donne e soprattutto a se stessa e senza artifici), ancora appassionata come attrice e come cittadina, che non ha rinnegato, per convenienza, i valori in cui ha sempre creduto: la Costituzione, i diritti uguali per tutti, la libertà, il rispetto per gli altri, la solidarietà fattiva per i più deboli e i marginali… Grazie di essere un po’ Gertrude, ma soprattutto di continuare senza reticenze a “cantare le donne”.

(da Wuz Cultura & Spettacoli)

 

Niente principe per Cenerentola”

Una che perde la scarpetta di cristallo non si merita l’happy end

 

Brano dal capitolo Di scarpe, di teiere e di altri bijoux del libro La sindrome di Gertrude

 

«Premetto, e ci tengo a sottolinearlo, che non ho alcuna affinità con Imelda Marcos, da nessun punto di vista. Soprattutto qualitativo. Dubito che la sua collezione di scarpe fosse all’altezza della mia, che è molto inferiore come numero, ma assolutamente superiore come classe. Credo che lei fosse semplicemente una bulimica calzaturiera, un’orrenda moglie di dittatore, compulsiva e competitiva: per lei le scarpe erano puro possesso, puro status. Pare ne avesse tremila paia: come avrebbe potuto conoscerle, ricordarle, ritrovarle al momento giusto? Per me la scarpa esiste solo se la indosso, se la uso. In effetti come collezionista sono poco credibile, soprattutto perché non sono particolarmente legata agli oggetti che possiedo, o meglio: non penso che negli oggetti che possiedo, e che amo, ci sia poi tutta questa parte di me. (…)

Possiedo anche una collezione ormai cospicua di teiere: anche lì, poche sono davvero preziose, molte sono buffe, divertenti, sono regali ricevuti nel corso del tempo. Siccome io bevo tè e non caffè, è diventato un gioco per amici e parenti regalarmi teiere dalle fogge stravaganti: borsette, animali vari, lampade di Aladino con tanto di genio, fattorini d’albergo carichi di valige, riproduzioni di Notre Dame… Ma torniamo alle cose serie: a me le scarpe piacciono da pazzi! Trovo che la scarpa in sé sia un oggetto meraviglioso. Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: la scarpa vera deve avere il tacco. Il tacco è imprescindibile, essenziale, fondamentale, di più: è la scarpa. È una questione filosofica, direi ontologica: la scarpa-in-sé, il noumeno della scarpa, ha il tacco. Alto: sotto i sette centimetri non viene neanche preso in considerazione. Infatti la cosiddetta ballerina non è da ritenersi scarpa vera, scarpa fino in fondo. Forse solo Audrey Hepburn è riuscita a essere incantevole con quelle cosette insulse ai piedi, e in ogni caso anche lei stava meglio con un po’ di tacco. (…)

Comunque, vorrei chiarire che non sono totalmente schiava della mia passione: in casa giro con le Dottor Scholl’s, e possiedo anche una serie di scarpe assolutamente comode e ragionevoli. Insomma, non proprio una serie: qualcuna, ecco. Lo stretto indispensabile.(…) Che poi, col fatto che ho fama di attrice impegnata, seria, anche un po’ social, forse dovrei ostentare un’amabile indifferenza per moda e affini, una sorta di ascetismo anticonsumistico. E invece no: mi piace da pazzi! (…) In fatto di scarpe, io sono un’autarchica. La citazione morettiana è doverosa, anche perché l’amatissimo Nanni, ancorché molto più sobrio di me e sicuramente alieno da tentazioni consumistiche, non ha mai nascosto un’attenzione quasi maniacale per le calzature (come ampiamente esplicitato in Bianca, per esempio). Non mi piacciono particolarmente le scarpe straniere, preferisco di gran lunga le italiane. Sì, ho un paio di Jimmy Choo, e ovviamente delle Manolo Blahnik, ma francamente le trovo sopravvalutate, con buona pace di Carrie Bradshaw. Possiedo anche delle Louboutin, che al momento è considerato il più grande, ma in tutta franchezza trovo che creatori come Sergio Rossi, Caovilla o Ferragamo non abbiano nulla da invidiargli, anzi. E che dire di Prada? O di Casadei? Insomma, diciamocelo, la classe e lo stile delle scarpe italiane sono inarrivabili. Non è campanilismo, è storia. (…) Quanto ai miti che ci vengono imposti fin da piccole, vorrei proporre una rilettura critica di Cenerentola: siamo poi così sicuri che una che si è persa una scarpetta di cristallo, modello esclusivo preziosissimo fatto su misura, si meritasse alla fine di sposare un principe? Non è negativa una tale dimostrazione di superficialità, sciatteria e incuria? Vi invito a una riflessione serena, priva di pregiudizi e di retaggi del passato. Perché il presente ha ben altro da offrire».

Radio Sound

Radio Sound, il Ritmo che Piace, il Ritmo di Piacenza

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