Pulcheria: \”Donne fuori moda\” rassegna documentari all\’Iris

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DONNE FUORIMODA

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rassegna di documentari in collaborazione con Il pane e le rose e Concorto

Martedì 14 settembre ore 21.15 – Cinema Iris

Poesia che mi guardi

documentario di Marina Spada

Ospite dalla serata

Graziella Bernabò

scrittrice, consulente filologica e storica del documentario, autrice e curatrice di testi su biografia e raccolta di poesie di Antonia Pozzi.

INGRESSO GRATUITO

Partendo dalla figura di Antonia Pozzi, una poetessa originale e appassionata del Novecento Italiano, morta suicida a soli 26 anni nel 1938, Poesia che mi guardi vuole riflettere sul ruolo dell’artista e del poeta nella società di allora e di oggi. Il film dà voce alla sua poesia e alla sua tormentata ricerca esistenziale, al suo disagio verso un mondo maschile che liquidava il suo talento poetico come disordine emotivo e verso il suo ambiente sociale, la classe alto-borghese milanese, che le impediva di vivere in modo sincero e passionale. Motore e voce narrante del film è Maria, una cineasta che, affascinata dalla Pozzi, ne studia l’opera e ricerca il mondo e i personaggi della sua vita. Decisivo per Maria è l’incontro con gli H5N1, un gruppo di studenti universitari che diffondono le loro poesie ìn forma anonima sui muri della città, nella convinzione che nelle nostre vite ci sia tanto e sempre più bisogno di poesia… Maria li coinvolge nel suo progetto: vorrebbe che la poesia di Antonia Pozzi, tramite i ragazzi, rinascesse a Milano, non più come espressione solitaria e intima, ma come momento condiviso. Vorrebbe che questa azione diventasse riscatto per Antonia Pozzi, dandole quel riconoscimento e quella visibilità che le erano stati negati in vita…

Note di regia

Poesia che mi guardi è una riflessione sulla poesia e sulla sua necessità. Amo la poesia e amo i poeti perché danno voce, coraggiosamente, a ciò che di solito è taciuto. Antonia Pozzi, in particolare, mi aveva fulminata perché la sua poesia è libera, carnale, sincera. Mi affascinava questa giovane donna costretta a nascondere, dietro l’apparenza borghese, una passionalità intensa che mal si conciliava con le strettoie e le convezioni dell’epoca. Antonia Pozzi, sola perchè troppo avanti per essere capita, ha saputo guardare, senza ritrarsi, la bellezza e il dolore del mondo e a testimoniare se stessa. Morta suicida, come spesso è accaduto alle donne poeta, è nata e vissuta a Milano, come me.

(Marina Spada)

Marina Spada (Milano, 1957), laureata in Storia della Musica e diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro a Milano, ha lavorato per la pubblicità, per la televisione e ha diretto numerosi documentari e videoritratti. Dal ’93 alterna il lavoro di docente presso la Scuola di Cinema di Milano con l’attività di regista e di produttore esecutivo (tra gli altri di “Mar Nero” di Federico Bondi, presentato in Concorso ufficiale al Festival di Locarno 2008). Dopo “Forza Cani”, il suo primo lungometraggio, ha girato “Come l’Ombra”. Selezionato alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia 2006, ha poi partecipato ai maggiori festival internazionali, vincendo numerosi premi.

La scelta di Antonia. Pozzi, la poetessa suicida che oggi sarebbe una punk

(Repubblica, 28 gennaio 2009)

Negli anni ho sentito parlare più volte di Antonia Pozzi: poeta, fotografa, scalatrice. Suicida a ventisei anni, come spesso è accaduto alle donne che fanno poesia, addormentata nella neve davanti all’ abbazia di Chiaravalle nel dicembre 1938. Ma il rischio sarebbe quello di leggere la sua opera esclusivamente alla luce della sua morte. Le sue poesie mi hanno fulminato perché libere, carnali, sincere. Non ha mai pubblicato un rigo in vita ed è solo da pochi anni che viene riconosciuta come una delle più alte voci poetiche del Novecento. Me ne sono innamorata e così ho deciso che questa donna avrebbe meritato un film o, meglio, un documentario, in cui alla ricostruzione delle vicende biografiche si accompagnasse il tentativo di visualizzare il suo immaginario poetico. Ho lavorato a stretto contatto con la sua biografa Graziella Bernabò e Onorina Dino, da sempre sua grande studiosa e conservatrice dell’ Archivio Pozzi, di proprietà della Congregazione delle Suore Preziosine di Monza. “Guardami sono nuda”, comincia così la prima poesia di Antonia Pozzi che ho letto, scritta nel 1929, lei aveva 17 anni. Con una libera associazione ho pensato che sarebbe potuto essere il testo di una canzone di Siouxsie Sioux, la sacerdotessa del punk. In apparenza un azzardo, visto che Antonia Pozzi nasce a Milano nel 1912 e cresce nell’ Italia tetra del fascismo, in cui le donne vengono considerate creature emotive da rieducare tramite la maternità. Si potrebbe dire che aveva tutte le fortune del mondo: di famiglia ricca, destinata a una vita condotta fra i riti della grande borghesia che lei non ha voluto e potuto avere. Era intelligente, divertente, il padre e la madre l’ adoravano e per lei c’ era il meglio: vacanze, viaggi, poltrona alla Scala, lezioni di piano. Nel suo mondo indossava gli abiti per la messa in scena della brava figlia borghese ma la sua anima ne era molto distante. Laureata nel 1935 con una tesi in Estetica sull’ apprendistato letterario di Flaubert, il relatore è Antonio Banfi che nel clima culturale dominato dal binomio Croce-Gentile, al secondo piano della Regia università di Milano, all’ angolo fra via Rugabella e corso di Porta Romana, cerca di mantenere aperto l’ orizzonte sul mondo. In un periodo di delirio autarchico, teneva lezioni su Thomas Mann e sui più innovativi sviluppi della filosofia tedesca, da Simmel a Husserl. Antonia Pozzi fa parte della sua cerchia di allievi, ma è profondamente diversa da loro. L’ unico che le somiglia è Vittorio Sereni, suo migliore amico e poeta come lei. Antonia, infatti, non aveva mai smesso di scrivere poesie, ma se ne vergognava. Il suo lavoro poetico era quasi segreto e raramente lo faceva leggere. Gli altri banfiani le dicono: “Antonia, tu sei molto intelligente, ma molto disordinata!”. Ovviamente il disordine è quello emotivo. E anche: “Scrivi il meno possibile”. In quell’ ambiente, la poesia era guardata con sospetto perché il genere letterario adeguato al presente doveva essere il romanzo storico. Ma soprattutto era guardata con sospetto lei, poeta, donna e a disagio nelle strettoie che le convenzioni dell’ epoca imponevano. Nella sua poesia c’ è la voce profonda del poeta in cui la parola si misura con la sostanza delle cose. E c’ è la sua storia personale vissuta come una “parabola santa”, cioè con l’ incanto magico provato di fronte a ciò che si vive con passione, pur se intriso della nostalgia di morte. Guarda e scrive poesie, guarda e scatta foto e nell’ Archivio Pozzi ne sono rimaste circa 3000. La fotografia per fissare il tempo, arrestare l’ esistenza e riscattare la morte. Il suo è un linguaggio personale e profondo in quel mondo che sta crollando. Sono i terribili anni Trenta in cui spirano venti di guerra, prima lontani e nel ’38 sempre più vicini. è l’ anno in cui Hitler occupa i Sudeti e in Italia vengono emanate le leggi razziali. Un suicidio come tanti, il suo, in un’ epoca in cui il disagio non viene perdonato. Nel biglietto che viene trovato nella sua borsetta sul prato innevato di Chiaravalle scrive: “Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite”. Negli ultimi anni aveva anche iniziato a usare la macchina da presa del padre. Mi piace pensare che se non fosse morta così giovane sarebbe potuta diventare una regista. Come me. (Marina Spada)

Antonia Pozzi (di Matteo Tuveri)

Suicida a 26 anni, poetessa da sempre, Antonia Pozzi, una delle voci poetiche – misconosciute – più alte del Novecento, rivive nelle sue opere con delicatezza e forza ad un tempo. Un’esile scia di silenzio segue la sua persona, nonostante il tempo le abbia dato ragione, nonostante la sua figura si possa definire un punto di riferimento fisso per gli artisti contemporanei.

Biografia
Antonia Pozzi nasce nel 1912 a Milano da una famiglia benestante, piena di stimoli culturali ma, allo stesso tempo, in un ambiente secondo il quale, specialmente per una donna, la cultura deve rimanere un prezioso decoro e mai una vocazione. La vocazione per una donna deve essere il matrimonio (come afferma lei stessa nella poesia La Gioia: «Domandavo a occhi chiusi / – che cosa / sarà domani la Pupa? – / Così ti facevo ridire / in un sorriso le dolci parole / – la sposa, la mamma»), un matrimonio “divertente”, certo, ricco di viaggi e serate al Teatro alla Scala, ma niente di più. E di più, infatti, cosa si potrebbe pretendere?
Eppure “Tonia” pone fine alla sua vita a 26 anni, un suicidio frutto di un dissidio continuo fra vita e arte. Oppressa dal perbenismo borghese, dalla maschera imposta, percepisce la tragedia della sua vita nel niente offerto dalla vita stessa al suo giovane cuore. Non è nichilismo quello di Antonia Pozzi, perché questa ragazza esile e bella, con il sorriso più dolce che una poetessa abbia mai potuto avere, ha un “tutto” dentro di sé che nega il niente del nichilismo. La sua morte è il portato di una delusione preontologica.
Antonia sa che sosterà fra le sensazioni e le emozioni senza poterle mai vivere appieno: delusa da questa imperfezione emotiva, eccesso stesso di emozione, sa che dovrà vivere infine un sentimento forte e totale.

Il suicidio
L’idea del suicidio nasce silenziosa e terribile dentro ogni cuore, si insinua greve, quasi trascurata, però, nelle intenzioni quotidiane, e non giunge a compimento solo per un bacio di chi amiamo, per la carezza della lingua di un cane sulla guancia o per un viaggio improvviso che ci trascina per il mondo.
Il suicidio è così, predestinato ma non incontrovertibile, inevitabile ma al medesimo tempo evitabile, evitabile nelle occasioni ma non nel gene della propria anima che irresistibilmente viene attratta come su un pontile misterioso al quale attracca ogni giorno il lungo pugnale della fine. Anticipare la fine non è forse la fine ideale, ma nemmeno solo un peccato, forse un estremo stato di grazia che ci fa conoscere in anticipo ciò che prima o poi dovremo conoscere, annullando l’attesa:
«ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino».
(In riva alla vita)

La vita e la formazione
Figlia di Roberto Pozzi, importante avvocato della capitale lombarda, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, tra l’altro nipote del poeta Tommaso Grossi, già amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni, Antonia sembra provenire, per vita, per opere e per la fine da lei scelta, da una delle pagine più moderne della storia della poesia e della letteratura italiana. È una donna indubbiamente fortunata, frequentatrice dei salotti bene, amante della musica, del teatro e delle arti in generale.
Dopo gli anni del liceo, anni intensi che ruotano attorno alla figura del professore di Latino e Greco Antonio Maria Cervi, di cui lei pare fosse innamorata – non si sa se ricambiata o meno (le manipolazioni delle fonti primarie della poetessa da parte della famiglia impediscono di fatto di capire la realtà dei fatti) –, Antonia si iscrive alla Facoltà di Filologia (Università statale di Milano) e lì, per la prima volta, incontra personaggi che saranno molto importanti per la sua formazione come: Antonio Banfi (firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti), docente di Estetica e grande filosofo con il quale Antonia poi sosterrà la tesi di laurea su Flaubert; Remo Cantoni, considerato uno dei promotori dell’Antropologia culturale in Italia; Enzo Paci, considerato uno dei più alti esempi del pensiero esistenzialista del nostro paese; Vittorio Sereni, poeta di eccellente levatura (di lui ricordiamo Gli strumenti umani, raccolta di poesie pubblicata nel 1965); Luciano Anceschi, docente di estetica presso l’ateneo di Bologna e autore di numerose opere di critica poetica e filosofica.

Tonio Kröger: Antonia poetessa europea
Antonia viaggia tanto, parla molte lingue, ama specialmente il tedesco, che studia insieme a Vincenzo Errante (germanista definito da Valentino Bompiani il «barone siciliano traduttore di Goethe in versi dannunziani»).
In seguito traduce alcuni capitoli del Lampioon küsst Mädchen und kleine Birken (“Lampioon bacia ragazze e giovani betulle”) di Manfred Hausmann, e conosce molte persone, molte anime, molte istanze, ma rimane dentro di lei quella finitezza, per meglio dire quella infinitezza della percezione di sé che lei prova nel cantuccio delle solitarie passeggiate in montagna o nella villa di famiglia, immersa nella bellissima natura di Pasturo, ai piedi delle Grigne, in provincia di Lecco.
Una eco di spossatezza, di senso di strappo e Zerrissenheit con il mondo che la avvicinano al Tonio Kröger di Thomas Mann e dunque alla poetica europea.

«Come un po’ d’acqua ferma»: l’identità artistica
Sentendosi «come un po’ d’acqua ferma per un attimo sopra un masso sporgente in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora» (lettera a Remo Cantoni, Pasturo, 19 giugno 1935), Antonia si definisce una Tonia Kröger, si sente perduta ai margini della vita reale e sente in sé lo strappo dolorosissimo fra Geist e Leben.
Tuttavia questo strappo, presente in ogni artista che provenga da una società borghese fortemente in crisi con i propri valori, non assume in Antonia una dimensione artistica compiuta, bensì rimane ai margini, nella sfera della contemplazione e del desiderio. In parole povere, la poetessa sente dentro prepotente un’arte forte, di eccellente levatura e forza, ma ad essa non riesce a dare forma se non quella data dal foglio e dall’inchiostro, non la forma dell’identità sociale nel contesto della vita pratica.
Per educazione e costrizione familiare non può incarnare la poesia attraverso la sua vita, solo le parole non bastano, serve il riconoscimento per la propria identità perché una persona trovi se stesso nella pienezza dei giorni.

Donna=Oggetto: il riconoscimento dell’artista in Italia
Antonia è una donna, una donna ricca, deve essere madre, moglie e figlia, e invece lei vuole essere poesia, poetessa che scrive, che viene riconosciuta come tale: questo non le è possibile fino in fondo e, non accettando l’angusta stanza riservatale, vive il contrasto fra Anima e Vita come una lacerazione insormontabile.
Per spiegarmi ancora meglio citerò Tiziano Salari: «Il suo essere donna, erano in conflitto con un ambiente culturale e sociale inadatti a riconoscerla pienamente nella sua identità di poetessa». La prova di questo è la pubblicazione solamente postuma delle sue opere, poiché, un po’ per timidezza e un po’ perché snobbata dall’editoria, nessuno sembra voler dare credito alle sue opere.
Il problema del riconoscimento del lavoro intellettuale dell’artista in Italia, paese che dovrebbe essere per tradizione la culla dell’arte, è una questione spinosa che affligge gli artisti, specialmente le donne, di tutto il Novecento (e forse alcuni anche oggi, Alda Merini può esserne un esempio): in un panorama come il “nostro”, afflitto da conformismo iconografico – di cui il Ventennio fascista e la televisione sono in parte figli – la spontaneità e l’ingegno intellettuale degli artisti, stimolato paradossalmente da una storia millenaria improntata all’arte, viene continuamente mortificato e represso in nome di un mercato letterario (ma anche musicale e artistico tout court) “guidato” e mai sincero.
Figli di un paese antico che non è stato quasi mai in grado di assumersi la responsabilità dei processi storici – puntualmente interrotti –, gli artisti sostano dunque in bilico fra l’antico sistema rurale (che tende a considerare la cultura uno sfogo per ricchi), e la fabbrica dei falsi artisti (voluta dai mezzi di comunicazioni e dall’ambiente asfittico delle università e dei critici).
Chi trova la forza resiste, ma c’è chi parte per sempre e chi chiude nel cassetto le forme del suo ingegno.

3 dicembre 1938: la fine dei poeti
A niente valgono i propositi di forza e rinnovato vigore della poetessa; forse la Pozzi capisce benissimo che uno «il coraggio non se lo può dare», ma nonostante tutto ci prova («ho il dovere di essere più forte del mio dolore»), tuttavia sa benissimo che la eco krögeriana è lì che attende, universo sotteso, come vena d’acqua sotto il terreno, pronta ad emergere.
Il 3 dicembre 1938 viene trovata morta in un canale.

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

(Antonia Pozzi)

Radio Sound

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