Guido Viale, la ricetta per il futuro: \”La conversione ecologica\”

«Una chiusura in linea con quello che abbiamo fatto fino ad ora: una chiusura di “contenuto”». Così il candidato sindaco Pier Angelo Solenghi ha aperto l’incontro con Guido Viale, scrittore, economista e studioso delle problematiche ambientali, che ieri è stato ospite della lista civica Piacenza Bene Comune.
Vicolo del Pavone gremito per un faccia a faccia con i cittadini coordinato dal candidato Carlo Marini e da Giuseppe Castelnuovo.
«Per un raggruppamento come Piacenza Bene Comune, che ha scelto di partecipare alle elezioni ma che si è costituito prima e vuole continuare dopo, non c’è modo migliore di chiudere la campagna elettorale se non quello di parlare di futuro». Un futuro che per  Guido Viale nasce dalla partecipazione, dall’aggregazione che è alla base del progetto «del nuovo soggetto politico, Alba (a cui Piacenza Bene Comune ha aderito, ndr), di cui il sottoscritto è solo uno dei primi firmatari e non un proponente, ma in cui vedo l’unico possibile futuro».
«Viviamo un momento politico particolare – ha sottolineato Viale – Un momento in cui il Governo Monti sta perdendo colpi, dimostrando che la ricetta di salvatore della patria con cui si era presentato all’Italia non funziona. L’amara verità è che questo Governo tecnico non ha i tecnici in grado di affrontare i problemi che il nostro Paese sta vivendo. Il disastro che si voleva evitare in realtà è dietro l’angolo».
I temi che oggi premono sulle condizioni di vita delle persone per Viale sono tre: lavoro, ambiente e diritti. «Io ho riunito questi tre temi nel concetto di Conversione Ecologica, un processo che rispetti l’ambiente e contemporaneamente risponda alle esigenze e ai bisogni della maggioranza dei cittadini del pianeta».
E’ la conversione ecologica la luce che Viale vede in fondo al tunnel.  
«La democrazia partecipativa, che andrà ad affiancarsi alla democrazia rappresentativa, ha però bisogno di formule che devono essere inventate ex novo, che devono essere costruite e che sono oggetto di un processo di mobilitazione di una parte consistente della popolazione».
«In tutt’Italia – ha aggiunto Viale – ci sono movimenti come Piacenza Bene Comune che stanno nascendo in modo spontaneo. Non sarà domani che cambieremo il mondo, ma dobbiamo essere preparati. I programmi dei nuovi movimenti politici, però, non devono essere una mera lista della spesa, devono partire dalle prospettive di rivendicazione del territorio. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per il nostro territorio. Dobbiamo avere chiaro, nero su bianco, il progetto del nuovo modo di vivere e coordinare la nazione: cosa fare, chi lo può fare, quanto costa farlo, che saperi dobbiamo mobilitare per farlo. Le cose da fare ci sono e sono tantissime, dai gas (gruppi di acquisto solidale), alla produzione agricola, dall’alimentazione alla salvaguardia del territorio, dalla gestione delle risorse all’educazione e istruzione. Un sindaco può fare tante cose per la riconversione creando lavoro e benefici per il territorio e i cittadini. Un sindaco ha in mano tutte le carte per creare un nuovo modo di vivere e di creare lavoro ed economia».
C’è però un’incognita che pesa sull’Italia: il debito pubblico.
«Dobbiamo fare i conti con un problema ineludibile: il debito pubblico. Quello italiano non è possibile saldarlo quindi non va pagato. Il patto di stabilità (Fiscal Compact) impone non solo di azzerare il debito, ma di ripagarlo nei prossimi 60 anni. Tradotto in denaro questo significa altri 50 miliardi di euro da sottrarre alla spesa pubblica. Stiamo seguendo la storia della Grecia e finiremo allo stesso modo».
Qualcosa per Viale si può ancora fare, anzi si sta già facendo. «In molte città tra cui Milano si stanno formando comitati che stanno discutendo del debito: come è nato, chi lo detiene e cosa accadrebbe se non venisse pagato. Il bilancio comunale, nel suo piccolo, è un buon punto di partenza per capire le dinamiche del debito e programmare un intervento».
La chiave è sempre quella: la partecipazione. Un percorso non facile da seguire.
«Manca l’abitudine alla partecipazione. Quelli di noi che hanno avuto la fortuna di partecipare ai movimenti degli anni Settanta, hanno vissuto la nascita di azioni nate dal basso e hanno imparato a gestirle. Le persone che hanno avuto la fortuna di partecipare e vivere a quel grande processo di democratizzazione hanno una predisposizione alla partecipazione e all’organizzazione di assemblee, che sono il primo passo per la partecipazione. A questo va ad aggiungersi un altro problema: è molto difficile far partecipare le persone se poi non hanno riscontro delle propria partecipazione. Il referendum sull’acqua è un esempio del processo di respingimento che si può innestare quando la partecipazione viene ignorata. Il giorno dopo che i cittadini si erano espressi, gli amministratori si sono organizzati per aggirare la decisione presa. Nei confronti delle amministrazioni locali dobbiamo cercare di imporre dei processi attuativi: stare attenti  a quello che viene dopo la decisione».
Il futuro è in mano ai cittadini.

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