Profughi, oggi il giorno della verità

Entriamo nel Ferrhotel in quella che potrebbe essere l' ultima notte per i circa 25 profughi rimasti ancora nella struttura adibita ad ospitare gli equipaggi ferroviari che pernottavano per servizio nella nostra città, prima della chiusura avvenuta circa due anni e mezzo fa.

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E' il tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 22 maggio, e c'è ancora la luce del sole a rischiarare gli ambienti. Dall' uscita di sicurezza posta a piano terra, sul marciapiede del primo binario della stazione, i migranti sono entrati e usciti per quasi due anni, da quando, cioè, nella primavera del 2011 sono arrivati i primi rifugiati che scappavano dalla fame e dalla guerra nel Nord Africa, e dagli altri conflitti in Libia e nei paesi vicini. Col passare del tempo il loro numero è aumentato fino a raggiungere il numero di 118 unità dislocate in diverse strutture di accoglienza in tutta la provincia, una settantina circa quelli ospitati al Ferrhotel. 

L' odore che ci accoglie al nostro ingresso, all' inizio delle scale, non è dei migliori ma decidiamo di continuare e saliamo. Arriviamo al primo piano e camminiamo per i corridoi, vuoti, non troviamo nessuno. Vediamo i segni della desolazione ma anche tanta sporcizia, soprattutto nel terrazzino adibito a stenditoio per i panni. Un tavolo da ping pong rotto vi campeggia nel mezzo e a lato c'è una bicicletta a cui manca una ruota. Le finestre delle camere sono aperte e si possono vedere i giacigli dei migranti, di coloro che sono ancora rimasti a Piacenza perchè non hanno nessun posto dove andare.

Nel seminterrato non ci sono più le strutture adibite a cucina e sala mensa, ma anche a luogo di preghiera, che hanno dato ospitalità ai migranti fino alla fine di marzo, ben oltre il 28 febbraio, data in cui ufficialmente sono finiti i soldi per ospitarli.

Hanno richiesto una buona uscita. All’ inizio l’ hanno sparata grossa: “vogliamo duemila euro a testa”, hanno detto davanti alla Prefettura dove si sono riuniti per protestare lo scorso 19 febbraio. Poi davanti al Comune, il 27 febbraio, hanno ribadito la loro richiesta: duemila euro. Alla fine il Governo ne ha dati loro 500 pro capite. Per qualcuno la somma è servita a pagare un biglietto per la Germania o la Francia, qualcun altro invece è rimasto qui.

Ne incontriamo uno lungo i corridoi, si chiama Waly Cissokho, lo stesso cognome del più noto calciatore di origine senegalese. Waly viene dal Mali e con un lungo viaggio ha attraversato l’ Algeria ed è arrivato in Libia da dove è partito per l’ Italia.

Durante il suo viaggio via mare, durato due giorni, non sapeva di avere come destinazione il nostro paese. Lui racconta di essere giunto in Libia e lì, all’ esplodere del conflitto tra i soldati di Gheddafi e i rivoltosi, ci racconta di essere stato caricato dai soldati (non meglio definiti), su una imbarcazione con destinazione sconosciuta e si è ritrovato a Lampedusa.

Anche lui sperava in un futuro migliore ma ora non ha nessun posto dove andare, anche lui, che nel suo paese faceva l’ agricoltore, fino ad oggi ha vissuto nell' incertezza e, nelle ultime settimane, in una struttura che oggi non offre alcuna comodità, anzi: non nè c'è acqua calda, nè luce. Per i pasti si ricorre alla Caritas e i 500 euro di buona uscita sono finiti. Ho fatto domanda per una casa popolare, ci dice, ma mi hanno detto che non posso averla gratuitamente. Io non ho soldi e non ho neppure un lavoro. Qui – racconta ancora – siamo senza acqua calda né luce e viviamo come animali.

Questa mattina lui e gli altri potrebbero mettere la parola fine alla loro permanenza a Piacenza. Le forze dell' ordine dovrebbero sgomberare la struttura occupata abusivamente dai disperati che speravano in un futuro migliore qui in Italia e che questa mattina dovrebbero iniziare a scrivere un nuovo capitolo della loro vita. 

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