Calzolai in via d’estinzione, a Piacenza “resistono” solo in cinque

La crisi non rischia di far scomparire solo molte realtà produttive del territorio, ma anche i cosiddetti “antichi mestieri”. E sono tanti anche a Piacenza che lentamente, ma progressivamente, vengono spazzati via dalla società del consumismo, dell'usa e getta e, appunto, dalla crisi economica.

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Tra i più emblematici, anche perché indispensabili per tutti noi sino ad un paio di decenni fa, vi è quello del calzolaio. Il dato, se si prende in considerazione questa tradizionale professione è eclatante, perché, possiamo verificarlo personalmente, se al giorno d'oggi abbiamo bisogno di riparare un paio di scarpe è molto più difficile trovare un ciabattino che comprarne un nuovo paio. E così è ovviamente più semplice prenderle e buttarle nel cestino dell'immondizia insieme al resto di tanti beni di consumo che dopo un pò devono essere eliminati.

La categoria, a Piacenza come nel resto d’Italia, secondo io dati è più che dimezzata negli ultimi anni e attualmente alcune statistiche parlano di solo due calzolai ogni cinque comuni. La colpa sta ovviamente, come già detto nella mentalità "usa e getta" che ha prevalso da tempo, provocando inevitabilmente un netto declino della professione.

Anche i corsi di formazione per un mestiere che in passato si tramandava di padre in figlio, da maestro ad apprendista, sono rarissimi. Un aspetto che sorprende però è che la crisi, paradossalmente, potrebbe portare anche maggior lavoro ai calzolai che ancora resistono ad abbassare definitivamente le saracinesche anche perché la gente ci pensa due volte prima di buttare le proprie calzature danneggiate o che hanno bisogno di una revisione.

Se la crisi globale potrebbe essere un toccasana per questo tipo di lavoro autonomo, sono altre le cause che incidono sul declino della professione: il caro – affitti che sino a poco fa imperversava nei centri urbani aveva reso, un sistema bancario ormai chiuso e sempre meno flessibile.

Per non parlare poi del costo del lavoro, della difficoltà ad assumere apprendisti ed in genere personale e del proporzionale aumento della tassazione negli ultimi anni, sia centrale che degli enti locali, ma, soprattutto, di un sistema economico consumistico che ha favorito la grande distribuzione e produzione, a discapito della piccola impresa, e che ha progressivamente allontanato la piccola produzione ed il piccolo commercio al di fuori dei centri urbani sino a quasi cancellarlo.

Ma non solo, come hanno spiegato alcuni di loro ai nostri microfoni: “Alcuni aprono, anche se manca professionalità e allora lavorano ma poi capita sempre più spesso che gli succeda di rovinare scarpe di qualità, che possono costare anche 500 euro, e allora desistono” ha detto Ettore Benedetti, calzolaio che ha la sua attività a Piacenza in via XXIV Maggio e che porta avanti il mestiere per la terza generazione. “Gli affari vanno bene, per quelli che rimangono e soprattutto per coloro che, come noi, riesce a differenziare il lavoro. Lavoriamo con i centri commerciali, con i negozi, e poi il passaparola per riparare le scarpe di pregio. Ma l’aspetto più difficile è la manualità, quando si deve cercare la pezza giusta di pelle, il bottone” ha spiegato Vittorio Bendetti, che ha preso la stessa strada dello zio Ettore e ha aperto in proprio da alcuni anni sulla via Emilia Parmense.

I problemi, comunque, sono molti. Come forse accade per tutti gli “antichi mestieri”. Per il calzolaio, poi, “ci sono messe anche le scarpe usa e getta che non hanno più bisogno di riparazioni – fa sapere Franco Agazzi, che ha la sua bottega in via Trieste -. C’è da dire anche che i giovani non hanno più voglia di sporcarsi le mani e gli stranieri, oltre al timore di perdere dei soldi perché si rischia di rovinare scarpe di valore, sono limitati dalla lingua che non sempre conoscono”.

Tutti i calzolai, comunque, sono apparsi concordi: “Sì, consiglieremmo a un giovane di imparare il mestiere e provare ad aprire”. Anzi, Vittorio Benedetti ha aggiunto un aneddoto: “Qualche tempo fa un ragazzo era venuto per chiedermi se gli avessi insegnato il lavoro. E’ venuto un paio di volte ed è sparito. E’ un peccato, perché sarei pronto a insegnare il mestiere di calzolaio a un giovane, se gli può essere utile”. 

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