“Papà è in viaggio su una nave”, il dramma dei padri condannati al carcere

Un padre è condannato a scontare anni di carcere, cosa raccontare al proprio figlio o ai propri figli? E come deve comportarsi, e attrezzarsi, una struttura carceraria per permettere a genitori e figli di incontrarsi in tranquillità e serenità? Se ne è parlato questa mattina all'università Cattolica alla presenza del garante dei detenuti Alberto Gromi, della professoressa Elisabetta Musi, docente di Pedagogia alla facoltà di Scienze della Formazione, e di un gruppo di studenti che, nel corso di un progetto di ricerca, ha avuto la possibilità di conoscere da vicino i detenuti del penitenziario delle Novate, membri della redazione di "Sosta Forzata", il giornale del carcere. E' emerso, e non poteva essere altrimenti, un rapporto delicatissimo, con il genitore-detenuto spesso costretto a raccontare bugie al proprio figlio. Lo spiega proprio la professoressa Musi.
"Il padre teme che la propria vergogna diventi quella del figlio e in questo modo si vede costretto a raccontare bugie. Ci sono genitori che hanno fatto credere ai figli che il carcere è in realtà una nave dalla quale non possono scendere, altri che in realtà si tratta di una fabbrica di cui sono i capi, motivo per cui devono stare lì tutto il giorno, insomma, si raccontano le storie più varie. Però non è un fatto positivo perchè presto o tardi i bambini capiscono come stanno veramente le cose e lo capiscono nel modo peggiore: vengono a scoprire qual'è la verità da soli e si ritrovano a reinterpretare in autonomia la situazione. E' invece necessaria una guida che accompagni e assista il padre nel raccontare la verità".
Una soluzione non di facile attuazione come spiega sempre la dottoressa Musi: "L'assistente sociale è costretto sempre di più a occuparsi di aspetti burocratici, le classiche 'scartoffie', ed è praticamente impossibile per l'operatore occuparsi delle questioni umane che invece dovrebbero essere di sua competenza".

Vicende umane che un gruppo di studenti della facoltà di Scienze della Formazione ha avuto la possibilità di conoscere da vicino, grazie a un progetto di ricerca organizzato dalla professoressa Musi. Gli stessi allievi si sono recati in carcere, di preciso nella redazione di Sosta Forzata, il magazine del penitenziario. Al convegno di questa mattina i giovani partecipanti alla ricerca hanno letto la fitta corrispondenza tra loro e i detenuti, hanno raccontato la loro esperienza e reso pubbliche le loro considerazioni. Se ne è fatta portavoce Talita Ferri: "Appena entrata in carcere la prima cosa che mi ha colpito è il modo in cui i detenuti vengono in un certo senso retrocessi a uno stadio infantile: vengono attribuiti nomignoli che ricordano quelli dati ai bimbi, devono chiedere il permesso per fare una doccia, sono alla costante ricerca di qualcuno di cui avere fiducia che all'interno del penitenziario però non c'è. A tutto ciò si somma l'inattività, la costante sensazione di non avere nulla da fare, lo stare chiusi in cella per ore con le mani in mano, pensando in solitudine alla propria pena e ai reati commessi. Per questo motivo è molto ambita la redazione di Sosta Forzata, perché scrivere da la possibilità di esprimersi, in un certo senso sfogarsi".

"Nei loro occhi – continua Talita – noti la speranza, la voglia di scontare in fretta la propria pena per tornare dalla propria famiglia. Noti però anche la rassegnazione verso un sistema giudiziario e penitenziario che fanno fatica a capire e dal quale non riescono ad avere punti di riferimento certi. E poi la rabbia, rabbia per quello che hanno commesso, per le scelte sbagliate che hanno fatto".

Dal suo punto di vista, invece, il garante dei detenuti Gromi ha lanciato una critica alle strutture carcerarie: "E' necessario uno spazio riservato dove i genitori detenuti possono incontrare i propri figli in privato e non insieme a tutti gli altri compagni di pena. Ci sono carceri in Italia dove genitori e figli si possono incontrare in stanze attrezzate con giochi di tutti i tipi e addirittura cucine per permettere alle famiglie di trascorrere almeno alcune ore in modo sereno, consumando anche un pasto insieme".

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