Raza, dall’Afghanistan a Piacenza: “Sono scappato per cercare la libertà”

 “Da voi ho scoperto la possibilità di esprimermi liberamente”. E’ un aspetto che ormai, per noi occidentali, appare scontato. Eppure, per un giovane afghano che da due anni vive a Piacenza, è stata la molla che lo ha spinto a rischiare la vita per raggiungere il nostro Paese, scappando dalla guerra, dal fondamentalismo, dalla fame e dall’impossibilità, appunto, di esprimersi liberamente. 

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Domani per l’Afghanistan sarà un giorno importante perché, nonostante le minacce dei talebani, si svolgeranno le elezioni che vedranno gli afghani andare alle urne per scegliere il nuovo presidente, chiudendo l’era di Hamid Karzai per affidarsi al leader che dovrà guidare il Paese dopo il completamento del ritiro delle truppe internazionali. E Ghulam Raza Ramazani questo processo, nonostante la lontananza, lo segue con molta apprensione, come ci ha spiegato lui stesso. Oggi fa parte dell’associazione “Il mulo” che abbiamo conosciuto nei giorni scorsi a supporto dei profughi arrivati nella nostra città. 

“Sono in Italia da due anni e sono scappato perché avevo problemi etnici e politici, facevo il mediatore culturale con i malesi sono stato costretto a fuggire perché i fondamentalisti erano contro il governo e la presenza americana, ma soprattutto gli afghani che collaboravano con gli stranieri. Mi hanno creato molti problemi e sono andato via, mettendo a rischio la vita, ho lasciato tutto: dove sono nato, cresciuto, la mia famiglia e un fratelli piccolo che adesso è in Pakistan e la mia cultura” ha detto ai nostri microfoni. Un viaggio, certo, non semplice. E non solo per la distanza: “No, è stato molto rischioso, non sapevo cosa mi poteva accadere da un minuti all’altro. Ci ho messo due mesi per arrivare in Italia e la maggior parte del tempo è stato d’attesa per trovare il momento giusto, perché non era un viaggio normale. La prima cosa che cercavo era avere una vita migliore”.
Ma, anche una volta giunto a destinazione, il viaggio di Raza non è stato in discesa: “Il primo impatto è stato molto strano, perché mi sono trovato in una società in cui non parlavo la lingua, non capivo la cultura e la religione, molto diversa da quella da cui venivo. E’ stato difficile entrare in società. Ho avuto molti problemi e ancora li ho oggi, però grazie alla rete di amici e conoscenti e l’associazione Il Mulo c’è speranza”.

Nonostante la lontananza e i problemi, però, Raza non smette di sentirsi vicino al suo popolo, che domani sarà chiamato al voto: “Sarà un momento delicato per me e gli afghani. Ho paura per la mia gente, i fondamentalisti talebani hanno annunciato una serie di attentati in tutto il paese. Spero che le cose possano andare bene”. Ma la speranza, come ha voluto sottolineare, non è supportata da molti elementi: “L’Afghanistan è un paese strano, ci sono tanti gruppi etnici diversi, con simbologie e lingue differenti. Io non sopporto i fondamentalisti, preferisco il governo, gli americani. Hanno lavorato ma avrebbero potuto fare di più, ma purtroppo non l’hanno fatto. Un po’ perché era difficile la situazione e un po’ perché non hanno voluto. Penso forse che non c’era la volontà di fare. Dopo il ritiro delle truppe americane non sono sicuro che si potrà avere la pacificazione. Ho un grosso dubbio, perché la storia afghana lo dice. Dopo il ritiro dei russi è scoppiata la guerra civile. E quindi secondo me resterà un grosso dubbio”. 

Ora, però, la sua nuova vita sembra essere arrivata ad una svolta. Dopo due anni di difficoltà Raza ha conosciuto molte persone pronte a tendergli una mano e incontrato altri stranieri che come lui che hanno deciso di scappare dal loro paese alla ricerca della libertà e il futuro sembra un po’ meno incerto: “In due anni a Piacenza ci sono tanti aspetti che ho potuto apprezzare. Ma il più importante è che si può scegliere la propria, la propria religione, tutto quello che serve per esprimersi. Da noi non esiste, bisogna seguire l’etnia, la famiglia, il portavoce, la moschea della zona”. Per questo c’è attesa in lui per le elezioni, così come nei molti afghani che vivono nel nostro Paese, perché “un giorno vorrei tornare. Il mio paese è sempre il mio paese. Vorrei davvero tornare”. 

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