Intervista a Julian Lops, il mondo attraverso l’obiettivo: mostra a Rivergaro

 Questa volta non parlerò di nuove tendenze,di paillettes e lustrini,ma di un argomento agli antipodi,che non ha nulla a che fare con il lussuoso luccichio della moda. Perché, se la rubrica è dedicata interamente alla moda? Credo che in certi casi si possano fare eccezioni,soprattutto se si tratta di un artista con la A maiuscola come Domenico Lops, in arte Julian. Inizialmente lo conoscevo come bravissimo fotografo di matrimoni che coopera con padre e fratello. Poi ho saputo del suo viaggio in Nepal e sinceramente non vedevo l’ora di potermi meravigliare dei suoi scatti. In effetti sono stati all’altezza delle aspettative,anzi le hanno superate. Superate, perché vi ho visto quello che pochi fotografi riescono a trasmettere: quanto il creato sia meraviglioso,magico e irripetibile;quanto sia grande la gioia in un piccolo gesto;quanto sia importante la vita e quanto la nostra civiltà la stia sprecando. Julian Lops è riuscito a cogliere l’anima di tutti i posti che ha visitato,di tutte le persone che ha incontrato,lasciandovi una parte del suo cuore. Questo lo si sente nelle sue parole e lo si vede nelle sue fotografie. In attesa della sua mostra fotografica sul Nepal, che si terrà l’8 aprile a Rivergaro nella biblioteca pubblica alle ore 21,condivido con voi la nostra chiacchierata,perché credo e spero possa lasciarvi il segno come ha fatto con me.

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Quando e come è stato il tuo primo approccio alla fotografia?

Io sono cresciuto con le foto di mio padre,ma il primo vero approccio risale all’età di 8 anni,quando in un servizio di conoscenti,ho fatto l’assistente,perché mi piaceva il fatto di dover cambiare la pellicola,impostare tempi,diaframmi,sensibilità. L’ambiente in cui sono cresciuto mi ha quindi portato a sviluppare l’idea di una fotografia ricercata,non banale e scontata e seguendo sempre mio padre mi sono avvicinato allo studio della macchina,delle pellicole,che variavano sempre in base alla grana,alla cromia,ecc. Il bello, a quei tempi, era dover fare bene una foto senza sapere com’è venuta finchè non sviluppavi il rullino. E’ anche per questo motivo che mi piacerebbe riportare un po’ di storicità in questo mondo digitale, dove ormai il computer è diventato la camera oscura tecnologica e tutto può essere previsto e corretto in poco tempo.

Qual è stato il tuo primo scatto?

Quello di un gatto che avevamo in campagna. Mi divertivo a trovare composizioni particolari e raccontare la storia non solo del gatto,ma anche di altri animali.

Oggi,tu,tuo padre e tuo fratello,vi occupate principalmente di matrimoni,ma vedendo le tue raccolte fotografiche personali,non mi verrebbe da catalogarti esclusivamente in quell’ambito,perché ti occupi anche di reportage e paesaggistica.

Sì,amo in generale raccontare le persone e trasmettere attraverso la fotografia quelli che possono essere sentimenti,pensieri o esperienze di qualcun altro. E’ una bella sfida che mi stimola molto.

Sono molto vicino anche alla paesaggistica e per la prima vera e propria esperienza di viaggio ho avuto la fortuna di conoscere Juza,un fotografo piacentino molto conosciuto anche al di fuori dell’Italia,che cercava un compagno per partire per il Portogallo. Simo partiti in maggio 2011 e in 9 giorni abbiamo fatto 8000 e passa chilometri,visitando costa e entroterra,scattando anche un fiume molto particolare,il Rio Tinto in Spagna,che è completamente rosso a causa dei sedimenti di zolfo e ruggine. Un’esperienza estrema.

In un altro viaggio hai vissuto momenti “surreali”,come la vista dell’aurora boreale. Raccontami di questa esperienza norvegese. Cosa ti ha scombussolato più di tutto?

Il viaggio in Norvegia mi ha avvicinato molto alla paesaggistica ed è stato quello che ho sentito più di tutti. Anche in questo caso siamo partiti in macchina,per goderci tutto il tragitto…anche perché la cosa più bella del viaggio, come diceva De Andrè, è proprio viaggiare: abbiamo attraversato la Germania,la Danimarca,la Svezia fino ad arrivare dopo tre giorni e mezzo alle piccolissime isole Lofoten,dove la temperatura per fortuna è molto più mite rispetto alla Svezia. Ovviamente eravamo spaesati perché in quel periodo in Norvegia ci sono venti ore di buio pesto e solo quattro di luce molto tenue,una fusione tra alba e tramonto. Per un paesaggista è la luce migliore perché è calda senza forti contrasti. Per catturare l’aurora boreale si usciva verso le 21…quando la vidi per la prima volta non riuscivo a spiegarmi come tutto ciò fosse possibile: era molto affascinante. Il silenzio,il vuoto che ci circondava e queste scie,come dei veli colorati che illuminavano il cielo. Davanti a queste scene spesso facevo l’egoista,smettevo di scattare e mi godevo la meraviglia della natura.

Proprio come dice Demarchelier: spesso la miglior macchina fotografica di un fotografo sono i suoi occhi.

Sì,esatto. A volte per vivere pienamente una cosa non bisogna per forza scattarla e fermarla nel tempo,ma lasciarla scorrere e considerarla con la purezza di un essere umano. In un’occasione ho anche pianto,perché uno spettacolo della natura come l’aurora boreale ti emoziona molto. Auguro a chiunque di poter vivere un’esperienza del genere.

Deve essere stato difficile lasciare un posto così magico…

Devo dire che dopo otto giorni di buio pesto eravamo andati in tilt e quindi abbiamo deciso di tornare(altre 58 ore di viaggio in auto) anche se a malincuore,perché,è vero,la cosa brutta del ritorno è che sembra di aver vissuto un sogno,anche se guardi le foto e vedi che era tutto vero. Mi sembra sempre troppo poco, di non aver visto abbastanza e questo mi mette sempre molta malinconia.

E’ interessante vedere come viaggio e fotografia siano sempre strettamente legati. Per un fotografo il viaggio è necessario anche per una ricerca interiore,o sbaglio?

E’ vero,forse è proprio questo che mi ha spinto a fare il viaggio in Nepal,che pur essendo luogo meno ostico e duro dell’India (meta che mi ero inizialmente prefissato), è stato comunque difficile da affrontare. Soprattutto se parti senza programmare né prenotare nulla. Quindi arrivato lì mi sono chiesto: “ E mò che faccio?”. Lì è scattato l’istinto di sopravvivenza,perché ero in un luogo dove non ho appoggi,agganci,conoscenze,un fratello che mi può aiutare. In quel caso è stata la civiltà morale ed emotiva che hanno i nepalesi a darmi molta tranquillità.

Così è partita la nostra avventura. Ero con un mio amico tatuatore, Nicola Vernizzi: mi sono fidato della sua esperienza in quanto è stato 12 anni in India,tre mesi in solitaria nella foresta Amazzonica e in tanti altri posti facendo esperienze particolarissime. Di conseguenza si è avvicinato alla fotografia. Per me è stato un po’ il contrario,la mia passione per il viaggio è cresciuta grazie alla fotografia.

Prima di partire per il Nepal ti sei fatto magari un immaginario di foto che avresti voluto scattare,posti che avresti visitato… Arrivato lì,hai seguito i tuoi progetti o ti sei lasciato trasportare dall’istinto?

Sì certo prima di un viaggio del genere ti fai un minimo di programma,hai tante idee in testa,soprattutto se ti ispiri a due idoli come Steve McCurry o Sebastiao Salgado: quindi arrivi lì come alla tua prima interrogazione. Io mi sono presentato alla scrivania del Nepal e sono andato in panne,perché non sapevo più cosa dovevo fare. E’ stato un esame con me stesso e questo viaggio è stato una liberazione di quello che ho da esprimere attraverso le fotografie.

Quali sono stati gli incontri con i nepalesi che ti rimarranno sempre in mente?

Spesso quando mi avvicinavo a qualcuno per fotografarlo,era difficile far capire chi eri,cosa volevi e perché volevi farlo. Io ho avuto un incontro molto particolare con un homeless a Pashupatinath,dove avvengono le maggiori cremazioni a cielo aperto che si fanno in Nepal. Vedi queste pire,sulle quali bruciano i corpi che non diventano del tutto cenere,di conseguenza vengono buttati nel fiume,dove dalla parte opposta ci sono tante persone,soprattutto anziani,che si bagnano nelle sue acque. A quel punto capisci di vivere esperienze veramente strane e surreali,come appunto l’incontro con quell’uomo: l’ho guardato da una certa distanza negli occhi e mi ha trasmesso un’emozione molto forte,perché non riuscivo a capirlo. Nel suo sguardo c’era ogni cosa….così mi sono seduto davanti a lui e ci siamo guardati per mezz’ora,senza dire nulla. Ho capito che questa gente è umanamente molto più avanti di noi, perché loro quando ti guardano dentro,senza metodo di giudizio,sanno chi sei e quindi non c’è bisogno di parlare con certe entità. Hanno un livello di spiritualità talmente alto che neanche un comune cattolico,che va in chiesa la domenica e a Natale,raggiunge e per il resto della vita è incoerente rispetto a quello in cui crede.

Noi potremmo dire di appartenere a una società contaminata. Quelle popolazioni invece sono la purezza per eccellenza e il contatto con la natura aiuta molto.

Loro sono a contatto con meno cose e quindi hanno molto di più da osservare,da capire. Noi abbiamo troppo e andiamo in tilt. Per carità,anch’io non sono un santo! Cerco però,soprattutto dopo questo viaggio,di spegnere tutto e riflettere per capire che stiamo decisamente meglio di milioni di persone. Personalmente preferisco sempre avere il meno possibile per essere il più libero possibile.

Approposito di purezza. Le foto che hai scattato ai bambini sono sicuramente tra le migliori,perché trasmettono tutta la loro innocenza,speranza e irrefrenabile energia: com’è stato l’approccio?

Spesso quello che incontri di più è la curiosità,altre volte anche la timidezza o quasi paura. Molti di loro non hanno mai visto una macchina fotografica,non sanno cosa sia e quindi per loro è un oggetto futuristico. E’ vero,in città ci sono negozi che le vendono, ma nelle campagne,in questo caso a Chitwan,tutto ciò era nuovo ( anche se stranamente c’era la connessione Wi-Fi…) : i bambini si accontentano di niente,non hanno nulla e magari quando arrivi e porti caramelle,fogli di carta,matite,ti vedono come il messia,oppure se fai provare la macchina toccano il cielo con un dito. Un’altra immagine che mi ricordo è il gruppo di bambini che si sono spogliati e hanno iniziato a correre sotto la pioggia a rotolarsi e cadere nel fango…questa l’ho trovata la forma di libertà più pura che ci possa essere. Grazie a loro sono un po’ tornato indietro con gli anni.

Natura e persone:soggetti completamente diversi,che trasmettono emozioni diverse,ma di uguale forte impatto. Tu cosa provi di fronte all’uno e all’altro,visto che fotografi entrambi i soggetti?

Di fronte alla foto paesaggistica mi rendo conto della bellezza che l’uomo sta buttando via,quindi scaturisce un sentimento di rabbia nei confronti dell’essere umano,che dovrebbe parlare meno,agire meno, ma osservare di più quello che lo circonda,perché spesso è lì che trovi le risposte.

Fotografare un  uomo invece è emotivamente più coinvolgente perché cerchi di capire il suo vissuto e la sua vita presente,quindi bisogna cercare di non essere molto invasivi perché non hai a che fare con un paesaggio dove aspetti la luce o l’atmosfera giusta,hai a che fare con un uomo e devi capirti con gli occhi.

Una tua foto che ti è rimasta impressa e di cui sei completamente innamorato.

E’ una foto che ho scattato in Nepal a un bambino: è molto timido,ha un profilo molto sottile,molto dolce,mi da la schiena a tre quarti e sta sotto la pioggia(le striature che ha sulle guance non sono lacrime,ma pioggia) in un campo di riso,forse perché è stato allontanato dagli amici. Sembra quasi abbia voglia di essere protetto,di un abbraccio,di qualcuno vicino,però è anche attento a chi gli sta attorno: vedevo che mi guardava,che era intimorito,non sapeva cosa volessi. Io volevo catturare quel momento di malinconia e drammaticità…forse anche perché rifletteva il mio stato d’animo,in effetti eravamo a metà viaggio e sentivo la mancanza della mia ragazza,della mia famiglia,di tante cose. E’ una foto che esprime tutto e mi ha rubato il cuore.

Quindi le tue foto sono frutto di una fusione fra due mondi,il tuo e quello del soggetto che immortali? Cosa compare di tuo in tutti i tuoi scatti?

Quando racconti la vita di altri gioca molto il fatto della tua emotività,spesso ti trovi a combattere con il tuo stato d’animo. Il bello del mio lavoro, cioè del raccontare eventi di coppie che si sposano e concretizzano  il sogno di una vita, è il fatto di cogliere delle situazioni emotivamente molto belle, il che rimane sempre una sfida perché quando ormai la competenza è automatica, entra in gioco quello che provi. Nei miei scatti non c’è solo l’esperienza canonica di un fotografo,ci sono i viaggi che ho fatto,le emozioni che vi ho provato; ci sono i film che ho visto,di Tarantino,Tim Burton e molti coreani che fanno delle cose pazzesche;ci sono i libri che ho letto,perché quando leggo mi immagino una scenografia specifica; c’è la memoria di tutte queste cose che riaffiora.

Qual è e quale sarà la caratteristica costante che contraddistinguerà la tua fotografia?

L’essenziale.

Quando fai molta esperienza arrivi a capire che più togli e rendi semplice la cosa,più essa esprime tantissimo. E’ un togliere per dare di più,per raccontare qualcosa di meraviglioso. Mi vedo come un esteta della purezza,cerco quello nella fotografia,anche perché tutto quello che vogliamo è intorno a noi. Magari non raggiungerò mai la completa essenzialità e sarà anche questo che mi spingerà a fare sempre ricerca e realizzare scatti che le persone riguarderanno tra vent’anni e si emozioneranno allo stesso modo.

Immaginati una foto dove riassumi te stesso,la tua esperienza e la tua filosofia di vita.

Mi immagino una fotografia apparentemente asettica,ma con un piano,dove non vedi l’orizzonte,la fine. Io sto camminando di schiena e porto la macchina fotografica come se la tenessi per mano. Vado da  qualche parte,ma non so dove.

 

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