“Giudice, mio marito lanciò le mutande. Ma non erano sporche di feci”

Così come era accaduto la volta scorsa, il processo ormai ribattezzato delle “mutande sporche” ha rubato la scena a quasi tutte le altre udienze di giornata. Davanti al giudice Ivan Borasi è infatti tornata la grottesca vicenda del lancio di mutande imbrattate di feci nel giardino degli odiati vicini di casa, fatto avvenuto il 19 maggio 2012 in un paese della Valdarda. Sul banco degli imputati un commerciante del luogo accusato dalla famiglia del barbiere del paese (il barbiere stesso con la moglie e la figlia), che ha la casa confinante, di lancio di oggetti pericolosi. Sullo sfondo, come si può ben capire, rapporti di vicinato complessi, per usare un eufemismo, causati a quanto pare dalle ragioni di parcheggio delle auto in strada.
Questa mattina (8 ottobre 2014) era il turno della difesa e così, difesa dall’avvocato Carlo Parmeggiani, ha parlato in qualità di teste la moglie dell’imputato è stata ascoltata in qualità di teste. La quale ha voluto specificare: “Signor giudice, quello era uno straccio, forse delle mutande vecchie tagliate. Ma posso assicurare che non era sporco di feci. Io e mio marito non siamo abituati a girare sul camion con stracci sporchi di escrementi”. La donna, che lavora nell’impresa del marito che opera nel campo dell’agroalimentare, ha spiegato al giudice che quella mattina all’alba era sul camion guidato dal consorte, come di consueto diretto al mercato. Quando al culmine di “uno delle tante discussioni tra coniugi”, l’uomo colto da un raptus di rabbia ha lanciato nel giardino dei vicini lo straccio-mutanda. “Ha afferrato la prima cosa che gli capitava sotto tiro e l’ha scagliata fuori dal finestrino. Lo straccio era nell’abitacolo del camion”. La gittata sarebbe dunque finita casualmente nel giardino e l’indomani mattina i vicini furono costretti a raccogliere “il famigerato oggetto”, a loro dire sporco di feci, per poi presentare denuncia qualche giorno dopo corredata di fotografie tratte dalle telecamere fatte installare intorno all’abitazione. Secondo la difesa sarebbero stati gli stessi accusatori, ossia la famiglia del barbiere (assistita dall’avvocato Graziella Mingardi), a costruire il caso delle mutande sporche di feci, così da contrastare una volta per tutte le ire del vicinato.
Il processo è stato poi rinviato per la discussione al 23 gennaio. E le sorprese non sembrano finite.

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