Rapina a La Verza: “Mi hanno puntato la pistola alla testa per tutto il tempo”

“Un’esperienza che non auguro nemmeno al mio peggior nemico”. Sono le parole dell’imprenditore piacentino di 40 vittima della rapina avvenuta sabato sera nella sua villa di La Verza. Oltre 40 minuti di terrore con  una pistola puntata  alla tempia per farsi consegnare il contenuto della cassaforte, 70mila euro tra oggetti preziosi e contanti. Il racconto di quei interminabili minuti nelle parole dello stesso padrone di casa che chiede di restare anonimo.

“Ero in casa da solo quando intorno alle 18,45 ho sentito due botte nel vetro della finestra vicino al divano dove ero seduto. In pochi istanti mi sono trovato di fronte tre individui armati di pistola che come prima cosa mi hanno ordinato di inginocchiarmi. Poi puntandomi l’arma alla tempia mi hanno intimato di condurli alla cassaforte. Io ovviamente ho eseguito e loro hanno arraffato tutto ciò che era all’interno. In tutto l’episodio è durato circa 40 minuti, i 40 minuti più lunghi di tutta la mia vita”.

“Subito dopo mi hanno chiesto di aprire una seconda cassaforte che però sapevo essere vuota. Loro non mi credevano e mi hanno cominciato a minacciare dicendomi ‘Ti spariamo in un piede, poi ti uccidiamo!’. Io ho risposto che non sarebbe servito a nulla perché in quella cassetta di sicurezza non metto mai niente”.

“Uno dei tre, dopo qualche minuto, ha lasciato l’abitazione e gli altri due rimasti all’interno comunicavano con lui attraverso una ricetrasmittente. A un certo punto hanno pensato di imbavagliarmi, cosa che però solo all’ultimo hanno deciso di non fare. Puntandomi sempre la pistola alla tempia mi hanno costretto a entrare in bagno. A quel punto mi hanno detto: ‘Aspetta 5 minuti prima di chiedere aiuto poi esci dalla finestra e chiama pure i soccorsi’. Così ho fatto, ho chiesto aiuto e in pochi minuti sono arrivati i carabinieri”.

 

Che atteggiamento hanno tenuto durante la rapina?

“Per tutto il tempo ho interagito solo con uno di loro. Ogni tanto chiedevo che intenzioni avessero, se per davvero avessero in programma di uccidermi. All’inizio mi rispondevano con un ‘no’ ben poco convinto, solo alla fine, quando mi hanno fatto entrare in bagno, ho rivolto per l’ennesima volta la stessa domanda e a quel punto mi hanno risposto ‘Stai tranquillo, non vogliamo ucciderti, quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto”.

 

Quali erano i suoi pensieri durante questi interminabili minuti?

“Quei 40 minuti non passavano più, anche perché i banditi apparivano davvero molto decisi e sicuri di sé, dei veri professionisti come mi hanno confermato anche i carabinieri. Più di una volta mi hanno fatto inginocchiare o stendere per terra con la faccia rivolta in modo da non farmi assistere ai loro movimenti. Il tutto sempre con la pistola puntata alla testa, ed era una pistola vera perché quando mi hanno toccato con l’arma ho sentito nitidamente che era di metallo. Fortunatamente non mi hanno ferito in alcun modo”.

 

Dopo un’esperienza di questo tipo come si vive?

“Mah, guardi, le dico che anche prima di questo fatto non vivevo tranquillo. Come si fa a vivere tranquilli oggi? Se anche li arrestano dopo qualche mese saranno ancora liberi, questa è la giustizia italiana. L’unica soluzione non può essere il barricarsi in casa tra inferriate e allarmi, anche perché non tutti possono permettersi di dotarsi di questi sistemi antifurto. Non si può andare avanti così…Le dico che sono davvero molto molto arrabbiato. L’unico lato positivo è la professionalità delle nostre forze dell’ordine che compensano le carenze d’organico cui sono soggette con un’elevatissima capacità: anche nel mio caso i carabinieri si sono dimostrati estremamente preparati e attenti al lato umano. Per questo li voglio ringraziare con tutto il cuore”.

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