Poetry Break: La pietra e la fionda dell’Uomo di Salvatore Quasimodo

La puntata odierna di Poetry Break è dedicata a un grandissimo del novecento: Salvatore Quasimodo, poeta siciliano, vincitore del Premio Nobel della Letteratura. Quasimodo, rappresentante dell’ermetismo, ha scritto molte celebri raccolte di poesie, alcune dai nomi insoliti ed evocativi, come Oboe Sommerso, ed è conosciutissimo per i celebri versi “Ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole/ Ed è subito sera”, una delle poesie più famose della storia della letteratura italiana. Qui a Poetry Break però è presente con un testo meno noto ma molto significativo, scritto nel 1946 alla fine della seconda guerra mondiale. In un mondo devastato dal peggiore di tutti i conflitti, dopo la scoperta della tragedia dei campi di sterminio, dopo Hiroshima e Nagasaki, Quasimodo sente la necessità di riflettere sull’uomo moderno, che nonostante il trascorrere degli anni sembra non aver imparato nulla dagli errori del passato. E’ rimasto l’essere primitivo di un tempo, quello della pietra e della fionda, anche se è più tecnologico, se crede di essere più evoluto. A che è valso il tempo trascorso  se le lezioni della storia non sono state imparate,se  tutto è rimasto uguale, negativamente uguale. Il lato oscuro dell’uomo non ha redenzione nell’epoca moderna. E se gli antenati hanno sbagliato, meglio rinnegarli, ripudiarli, in nome di un cambiamento, in nome, in definitiva, della pace.

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La poesia , tratta dalla raccolta Giorno dopo Giorno,  recitata in modo intenso da Omar Giorgio Makhloufi, ci dice così:

La pietra e la fionda dell’Uomo di Salvatore Quasimodo

Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore. 

 

A questa poesia ho pensato di abbinare una canzone scritta in occasione del conflitto nella ex Yugoslavia, che si intitola Miss Sarajevo, cantata da Bono degli U2 e dal grande Luciano Pavarotti. In questa canzone  si critica la comunità internazionale incapace di risolvere la situazione e di dar conforto alle vittime. Durante un concerto  dopo gli attentati terroristici a Londra Bono ha affermato ” Vorremmo trasformare questa canzone in una preghiera. La preghiera è che non diventiamo dei mostri per sconfiggere un mostro”. 

 E secondo me questo era lo spirito con cui Quasimodo scriveva la sua poesia nel 1946. Lo stesso spirito con cui tutti noi ci auguriamo che l’umanità evolva davvero, e che il primo segno sia la pace.
Alla prossima!

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