Cappelleri: “Sicurezza, massimo impegno. La videosorveglianza è fondamentale”

Sicurezza, contrasto ai reati predatori, corruzione nella pubblica amministrazione; ma anche intercettazioni telefoniche, videosorveglianza, equità della pena. Tanti i temi trattati nel colloquio che il Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Piacenza Salvatore Cappelleri ha concesso a Radio Sound95/Piacenza24 tracciando un bilancio dell'attività della procura in questi anni.

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Procuratore Cappelleri, era l’ottobre del 2012 quando prese servizio a Piacenza. All’atto dell’insediamento disse che aveva sentito parlare di Piacenza come di una città “senza particolari emergenze dal punto di vista penale”. A distanza di oltre due anni da allora, e tracciando un bilancio della sua attività nella nostra città, resta di questa posizione?

"Quello era ed è un giudizio relativo. Non credo che nel nostro Paese, dove la violazione delle norme rappresenta tutt'altro che una eccezione, ci siano isole felici. Intendevo dire che l'ufficio di procura avrebbe posto, così come pone, la stessa attenzione su tutte le materie che sono oggetto dell'attività professionale. Anzi, in questi due anni abbiamo dato all'ufficio un'organizzazione che tiene conto delle materie che richiedono specificità professionali come i reati in materia economico finanziaria e i reati di violenza sessuale. Per il resto, siamo una realtà come le altre. Abbiamo iscritto oltre 20mila notizie di reato nel 2014. Detto questo, devo dire però che la nostra provincia, secondo i dati diffusi di recente dalla questura (fonte ministero dell'Interno) è la provincia più sicura a livello regionale nel senso che proporzionalmente vengono commessi meno reati che nelle altre province. E' una considerazione di cui, quando si parla di livello di sicurezza in provincia, bisogna tenere conto".

Negli ultimi anni Piacenza, come praticamente tutte le realtà, deve fare i conti con una escalation di reati predatori –  furti in primis, ma anche aggressioni e rapine nei confronti di persone indifese come anziani – che provocano sconcerto nell’opinione pubblica e infondono insicurezza nella popolazione. Nel corso di diverse conferenze stampa Lei ha sempre annunciato tolleranza zero nei confronti dei responsabili. Premesso che è certamente difficile arginare del tutto il fenomeno, cosa si può ancora fare? A suo avviso quanto è drammatica la situazione? In che modo i cittadini possono essere utili alle istituzioni e in questo caso alla giustizia?

"La prevenzione dei reati predatori è difficilissima, perché gli obiettivi sono diffusi: ogni persona anziana è un obiettivo, ogni abitazione lo è altrettanto. Quello che posso dire, partecipando quando talvolta ai Tavoli per l'ordine e la sicurezza pubblica, è che noto la massima attenzione da parte del Prefetto, da parte dei vertici delle forze di polizia e dell'autorità amministrativa, verso il problema della sicurezza sul territorio e verso questi reati in particolare. Anche in questi giorni si parla di iniziative allo studio per intensificare la sicurezza. Un elemento cui attribuisco grande importanza è la videosorveglianza, elemento importantissimo perché scoraggia i delinquenti e perché ci aiuta a individuarli. Che le forze di polizia si impegnino continuamente, è dimostrato anche dai costi umani che subiscono. Devo dire che l'emozione per l'incidente di Castelsangiovanni, in cui un militare dell'Arma ha perso la vita e un altro è rimasto gravemente ferito, è ancora molto vivo. E' un settore difficile. L'impegno mi sembra tanto. E' chiaro che quando si fanno le considerazioni, bisogna considerare il livello di sicurezza nazionale e regionale. Da parte nostra, come ho avuto modo più volte di riferire, ci diamo come linea d'indagine quella di non fermarci al singolo episodio, bensì di ricostruire i gruppi delinquenziali e la loro attività. Ed è molto dispendioso per le forze di polizia. Però è il sistema che fino ad ora ci ha consentito di raggiungere dei risultati. Noi manteniamo fermo questo impegno ben supportati dalle forze di polizia. Il mio non vuole essere un messaggio di tranquillità, ma di impegno massimo. Devo dire anche con il contributo dei cittadini: leggo spesso dalle informative che i cittadini sono in stato di allerta, che segnalano ogni elemento di sospetto, anche il più tenue. La sollecitazione alla cittadinanza è quella di non trascurare nulla e di segnalare ogni elemento che può essere utile".

Sempre all’atto del suo insediamento disse che bisognava prestare “particolare attenzione ai reati contro la pubblica amministrazione”. Molte operazioni della procura sono andate in tal senso. Anche alcune ultime azioni lo dimostrano. Cosa bisogna fare contro i fenomeni della corruzione? E’ una cultura che si può estirpare? E come giudica l’ipotesi di reintroduzione del falso in bilancio?

"Guardi, è recentissima è la bolla del Papa con la quale ha indetto il Giubileo, che a proposito della corruzione parla di 'una piaga putrefatta della società che con prepotenza distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri'. Credo che una espressione sintetica che possa meglio descriverla non ci potesse essere. Noi abbiamo avuto negli anni '90 Mani Pulite, ero all'epoca giudice al tribunale di Milano. Ho composto collegi giudicanti che si occupavano dei processi e ho avuto modo di vedere uno spaccato enorme di malaffare. Si pensò, con l'entusiasmo e il lavoro svolto, che quella potesse essere un'occasione per rigenerare dei settori sensibili della vita italiana. Purtroppo non è stato così. Il legame tra malaffare e cattiva politica non si è mai interrotto, come vediamo nella quotidianità delle cronache. Insomma, come  se Mani Pulite non fosse mai esistita. Quindi quella piaga, di cui parla il Papa, tutt'ora resiste. Sotto il punto di vista legislativo c'è un ritorno al passato sul falso in bilancio, previsto come reato in quasi tutti gli ordinamenti. E anche nel nostro lo è stato sempre. Solo tra il 2000 e il 2010 ci sono stati interventi che lo hanno edulcorato in maniera essenziale e la normativa si è trasformata da delitto in contravvenzione o in casi di non punibilità. Ora il ritorno al passato mi trova molto favorevole, perché non si tratta solo di assicurare la correttezza delle dinamiche di mercato, ma anche di evitare di dare uno strumento che possa portare alla costituzione di fondi neri che portano poi ad altri reati come la corruzione e il riciclaggio. Si tratta di una riforma sicuramente utile, che va "contro" la corruzione. Noi, per quanto ci riguarda,  sorvegliamo con il massimo impegno i reati contro la pubblica amministrazione cercando di individuare tutti i possibili risvolti. Anche se, purtroppo, la corruzione è un "fenomeno". E quando la violazione della norma penale diventa fenomeno allora anche lo strumento repressivo penale va in crisi. Perché il processo penale è fatto per le singole violazioni e non per quelle a pioggia. Questa è la spia che, oltre all'intervento della magistratura, è necessario l'intervento della politica. Che deve porsi  il problema di cosa fare di fronte a fenomeni dilaganti come a quello del malaffare". 

E se dev'essere la politica a intervenire, il fatto che spesso siano gli stessi politici a rendersi protagonisti in negativo, è poco consolante.

"Il giudizio sulla politica non può essere univocamente negativo. Secondo me la politica, però, ha in sé gli anticorpi per poter correggere quelle storture che fanno della politica, a volte, la cattiva politica".

Si dibatte molto del tema intercettazioni telefoniche, certamente fondamentali per le indagini, e della loro pubblicazione. Dove si collocano i limiti?

"Le intercettazioni telefoniche sono certamente fondamentali per le indagini. Personalmente ritengo che si potrebbe ampliare il novero dei reati per i quali sarebbe opportuno utilizzarli. Sotto l'altro profilo, il problema di conciliare l'uso delle intercettazioni con la divulgazione delle conversazioni intercettate. E' un problema molto difficile da snodare perché l'ordinamento, come è giusto, consente anche di intercettare le conversazioni di persone non indagate. Molto spesso queste stesse conversazioni figurano nelle ordinanze di custodia cautelare che sono atti non coperti da segreto. Per questo diventa difficile evitare la divulgazione. Sono due esigenze difficilmente conciliabili. Non so quale strumento il Parlamento adesso troverà per  limitare i danni che, mi rendo conto, a volte derivano dalla pubblicazione di conversazioni telefoniche che magari sono rilevanti nel processo, ma che non riguardano persone indagate".

Negli ultimi anni, anche su processi particolarmente delicati, si è assistito alla produzione di sentenze con pene elevate. Per alcuni il Tribunale di Piacenza è passato per essere particolarmente severo. Come si raggiunge l’equità delle pene? 

"Il codice prevede gli elementi di cui il giudice deve tenere conto nella determinazione della pena. Un elemento fondamentale è la gravità del fatto. Negli ultimi anni il Tribunale di Piacenza si è occupato di fatti di enorme gravità. Basti pensare che nel 2013 abbiamo avuto cinque procedimenti per omicidio volontario, una eccezione nel nostro panorama giudiziario, dove tutti gli autori sono stati identificati. Poi c'è stato, come lo chiamate voi giornalisti, il processo dei "poliziotti" per fatti di enorme gravità. Sono maturate le prime condanne nel processo per truffa alle assicurazioni, fatti altrettanto gravi dove è stato individuato un sodalizio criminoso. Voglio dire, se sono state inflitte pene di una certa serietà sono state inflitte in processi per fatti molto gravi".

Come giudica qui a Piacenza il rapporto tra la stampa e il sistema giustizia?

"Sono sicuramente soddisfatto perché si riesce bene a conciliare le esigenze di riservatezza delle indagini con il diritto di informazione. Direi che esiste una forte consapevolezza dei rispettivi ruoli: noi abbiamo grande rispetto per il vostro lavoro e per le esigenze dei cittadini di conoscere ciò che è rilevante, da parte vostra c'è grande comprensione per quanto riguarda i momenti opportuni in cui rendere pubbliche le notizie senza danneggiare le indagini in corso".

Un'ultima domanda in merito alla tragica sparatoria avvenuta al tribunale di Milano il 9 aprile scorso, una vicenda che ha creato sconcerto nell'opinione pubblica. Che riflessioni le suscita questa tragedia?

"Io sono molto legato al tribunale di Milano perché è lì che ho trascorso i primi vent'anni della mia carriera. Detto questo, ci sono indagini in corso per capire se siano state rispettate tutte le linee di sicurezza o se vi sia stata qualche falla, ma a livello generale ritengo che tribunali sensibili come quello di Milano dovrebbero essere sorvegliati dalle forze di polizia. Anche nelle aule di udienza dovrebbe essere sempre presente la forza pubblica ed è davvero stupefacente che ciò non avvenga: è impensabile che un giudice celebri un'udienza senza la presenza in aula delle forze dell'ordine".

E qui a Piacenza?

"So che in aula c'è sempre la sorveglianza di un esponente delle forze dell'ordine. E questo è naturalmente molto importante".

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