Onore ai caduti del 9 settembre ’43, Dosi: “Eroico sacrificio per la libertà”

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Si è svolta in mattinata a barriera Genova la commemorazione dei caduti nella battaglia del 9 settembre 1943 quando Piacenza, con i suoi militari e i suoi cittadini, si è opposta all’invasione nazifascista al termine della Seconda guerra mondiale. Dopo il saluto del presidente della Provincia Francesco Rolleri, si è tenuta l’allocuzione del sindaco di Piacenza Paolo Dosi e l’intervento di Raffaele Campus, presidente dell’associazione Combattenti e Reduci, prima della deposizione delle corone d’alloro.

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Il discorso del sindaco Paolo Dosi

In questo 2015 che segna, per il nostro Paese, il 70° anniversario della Liberazione dal regime nazifascista, commemorare i Caduti della battaglia che ebbe luogo a barriera Genova il 9 settembre del 1943 significa, innanzitutto, rendere omaggio alle prime vittime della lotta per la Resistenza sul nostro territorio.

A poche ore dal drammatico annuncio con cui, la sera prima, il generale Badoglio aveva proclamato via radio il raggiungimento dell’accordo per l’armistizio con gli Alleati, militari e civili si opposero strenuamente, alle porte di Piacenza, all’avanzata delle truppe tedesche, nel tentativo disperato di difendere la città dall’occupazione. Oggi, con la consapevolezza – consegnataci dalla storia – di ciò che sarebbe accaduto nei mesi successivi, in quel conflitto a fuoco che culminò in questo stesso piazzale individuiamo il seme del coraggio, dell’adesione libera e coerente ai valori della democrazia, del rifiuto forte e determinato alla dittatura di regime: le fondamenta su cui si costruirono, tra il 1943 e il 1945, l’identità e la coscienza di un Paese civile, non più oppresso e piegato, non più umiliato e svilito.

Se questo percorso di rinascita fu possibile, per quanto tormentato e difficile, lo dobbiamo anche al senso altissimo della Patria e del sacrificio di cui i Caduti di barriera Genova diedero prova all’alba del 9 settembre, settantadue anni fa. La documentazione e le ricostruzioni di ciò che avvenne quel giorno ci restituiscono il quadro di un’Italia ben consapevole che la guerra, così come la si era subita e attraversata sino a quel momento, avrebbe forse assunto il volto di una minaccia diversa, ma non era certo finita con la firma dell’armistizio.

Già nella serata dell’8 settembre, il tenente colonnello Coperchini, al comando del 4° Reggimento Artiglieria, aveva disposto due centri di fuoco nella zona di piazzale Genova, collocandone un terzo nei pressi del vecchio campo sportivo dove, all’alba del 9 settembre, un colpo di mortaio uccise il sergente che aveva coordinato sino a quel momento le operazioni: un lungo susseguirsi di spari che aveva rallentato, ma non aveva potuto arrestare, l’incedere dei più potenti mezzi tedeschi.

Verso le otto, i militari nazisti si fecero vivi a Barriera Genova per chiedere la resa delle nostre difese. Vennero invece arrestati e tradotti prima del comando presidio, poi altrove, mentre a barriera Genova risuonavano ancora i colpi d’arma da fuoco e si allungava la scia di sangue. Altri morti. Il Colonnello Coperchini chiese rinforzi e ottenne l’arrivo di due carri M13 che a loro volta presero parte allo scontro, poi una compagnia di genieri, tutti di leva. Subito dopo, uno dei due carri viene centrato, reso inservibile. Uccisi i due carristi, vittime anch’essi di quel tragico evento. Il secondo carro venne più tardi distrutto da un aereo tedesco levatosi in volo dalla base di San Damiano. Durante il tentativo di portare soccorso a questi carristi, un nuovo attacco aereo falcidiò chi, sotto quel cielo, non esitava a spendersi, andando incontro al pericolo della morte nel nome di un ideale più grande.  Nel nome delle generazioni future e della loro libertà. Morì anche il colonnello Coperchini, falciato dai tedeschi che continuano a sparare dalle loro postazioni a terra.

Il 9 settembre 1943 è dunque una data incisa nel nostro passato, di cui racconta una delle tappa dolorosa, una ferita indelebile. Per dare la libertà alla loro patria caddero 34 soldati italiani e i feriti, tra militari e civili, furono 49. Fu così, voglio ribadirlo, che a Piacenza in quell’alba infiammata dai combattimenti ebbe inizio il lungo, intenso cammino della nostra Resistenza. Quel giorno, molti piacentini di ogni età e di ogni ceto capirono che era finita un'epoca e che era iniziata la guerra per la Liberazione nazionale. Oggi siamo qui a evocare un tragico episodio, è vero, perché immutato è il cordoglio per le vite che quel giorno eroicamente si sono spezzate, ma siamo qui anche per dire che quei Caduti, quei corpi feriti e mutilati, hanno dato il via a una fase della vita civile italiana molto importante per il futuro del nostro Paese.

Perché la lotta per la Liberazione fu un fenomeno imprescindibile per la nascita di un'Italia nuova, un Paese che dalle macerie di una guerra civile ha saputo, nel tempo, ritrovare se stesso e la propria identità storica, sociale, politica e culturale. Ed è nell'Italia delle cento città, dei centri minori, che la Resistenza ha trovato una propria dimensione, ha avuto modo di esprimersi, di fare proseliti, per far fronte a ciò che veniva imposto dall'invasione tedesca e dalla repubblica di Salò. Chi credeva nel futuro e in un domani migliore non aveva scelta: l'unica strada percorribile era quella che portò alla formazione del Comitato di Liberazione nazionale, che vide tanti giovani combattere per ideali che avevano un nome e un cognome: libertà e democrazia. Nel ricordo, imperituro, di coloro cui oggi rendiamo il nostro commosso e sincero tributo.

Paolo Dosi, sindaco di Piacenza

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