Attacco a Parigi, i piacentini: “Clima di guerra, restiamo chiusi in casa”

“Stavo guardando la partita Francia – Germania in televisione quando la trasmissione è stata interrotta. Dicevano che a Parigi stavano succedendo cose molto gravi”. E’ la testimonianza di Daniele Toni, 65enne la cui famiglia è originaria di Ferriere e che vive nella periferia di Parigi dalla nascita. “Mio nipote e mio figlio, come tanti giovani, erano proprio in centro a Parigi, a Bercy, e ho avuto subito molta paura. Ho cercato immediatamente di mettermi in contatto con loro e fortunatamente in poco tempo sono riuscito a comunicare via facebook. Mi hanno detto che erano al sicuro a casa di amici e mi sono tranquillizzato. In strada erano schierati polizia ed esercito e abbiamo vissuto così tutta notte”.

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“Adesso abbiamo paura, questa mattina non siamo andati a lavorare anche perché dalle periferie i poliziotti sono stati mandati nelle zone centrali della città e qui ci sentiamo poco sicuri. Stiamo chiusi in casa anche perché non abbiamo la certezza che sia già tutto finito e quindi preferiamo non scendere in strada. Una paura che spero, e penso, passerà presto però: anche dopo l’attentato a Charlie Hebdo abbiamo vissuto giorni di paura, poi poco alla volta siamo tornati alla normalità. Anche sui social network si respira tra i parigini la voglia di tornare al proprio quotidiano”.

A Parigi vive da 20 anni anche la 30enne piacentina Pier Francesca Graviani. Francesca svela un particolare che ha davvero dell’assurdo: “Io fortunatamente abito lontano dai luoghi in cui si sono verificati gli attentati e all’inizio non ci siamo accorti di nulla. Poi ho iniziato a ricevere telefonate dall’Italia da parte di amici e familiari che, allarmati, mi chiedevano se stessi bene. Io non ero al corrente di nulla, mentre loro mi raccontavano l’inferno che stava accadendo nella mia città. Poi abbiamo capito che le autorità francesi avevano deciso di non comunicare con tempestività quanto stesse accadendo per non allarmare la popolazione e per non creare un’ondata di panico. La prima cosa che ci hanno comunicato è il coprifuoco: ‘Chi è in casa ci resti, chi è in giro si faccia ospitare’ e così siamo rimasti nelle nostre abitazioni”.

“Dopo l’attentato a Charlie Hebdo ci eravamo resi conto che la Francia era un Paese a rischio ma mai avremmo immaginato un attacco di tale portata. Anche dal punto di vista psicologico il colpo al giornale satirico ha rappresentato qualcosa di differente: aveva choccato, certo, ma in quel caso i terroristi avevano attaccato un bersaglio ben preciso, un nemico mediatico. Ieri sera invece i bersagli sono diventati i cittadini comuni, i clienti dei bar e gli spettatori di un concerto”.

Viene da chiedersi dunque come possano ora i parigini anche solo sedersi in un bar a gustarsi una birra: “Non si sa. Siamo ancora scossi e questa mattina ci siamo svegliati credendo di essere vittime di un brutto sogno. Anche il clima in giro per la città è surreale: un silenzio mai avvertito prima lacerato solo dalle sirene, le strade vuote, nessun passante, locali pubblici chiusi. E non possiamo sapere per quanto tempo la situazione resterà così. Anche perché non sappiamo quali siano i progetti dei terroristi, non sappiamo se hanno in programma ancora qualcosa. Non sappiamo nulla, ovviamente. Stiamo cercando di non farci prendere dal panico e intanto viviamo in un’atmosfera bellica. Perché in effetti è così, lo abbiamo detto noi, lo ha detto il presidente Hollande: la Francia è in guerra”.

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