Da bene confiscato alla mafia a bene comune. Capannone consegnato a Calendasco

Un capannone di cento metri quadrati è stato confiscato alla mafia e ora è stato restituito alla collettività. Non siamo in Sicilia, ma a Calendasco, piccolo comune nel Piacentino. Un fatto che fa notare ancora di più quanto le mafie si stiano radicando al Nord Italia, come testimoniato dai recenti processi Blackmonkey ed Aemilia. Ma la storia di questo bene è precedente, parte il 22 ottobre 2009, con il sequestro dello stabile a Michelangelo Albamonte, palermitano allora quarantanovenne. Questo edificio conteneva, all'epoca, la Tsa srl., azienda attiva nel campo delle autogru. Il sequestro viene confermato dalla Corte d'Appello di Palermo il 6 febbraio 2012 e diventa confisca definitiva il 25 ottobre 2012, con la sentenza della Corte di Cassazione. Poi la svolta. Dopo tre anni l'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata consegna, intorno al 20 di giugno, il bene nelle mani del Comune di Calendasco.

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"Inizialmente sono rimasto stupito, perché non me lo aspettavo" ha dichiarato il sindaco di Calendasco Francesco Zangrandi all'evento pubblico "Da bene confiscato a bene comune", svoltosi nella serata di lunedì 7 marzo, presso l'aula consigliare della cittadina, gremita di gente. "Il progetto per l'uso del bene ce lo destina già la legge, in quanto il bene deve essere usato a fini istituzionali o sociali. Noi utilizzeremo il bene in parte come ricovero mezzi e poi c'è uno spazio di uffici che può essere usato anche a fini sociali, dandolo in gestione a delle associazioni o per fare laboratori con i ragazzi della scuola" ha continuato il primo cittadino durante l'incontro, moderato dal giornalista Gaetano Rizzuto, con la partecipazione della referente provinciale di Libera Antonella Liotti, del prefetto Anna Palombi e della dirigente scolastica della scuola della cittadina Adriana Santoro.

"Noi abbiamo scelto proprio stasera, il 7 marzo, perché sono i vent'anni della legge che sancisce la confisca e il riutilizzo ad uso sociale dei beni confiscati" ha commentato Antonella Liotti "la collettività ha subito un torto e le viene restituito un bene, che deve diventare un bene comune. E quindi è importantissimo ciò che è successo stasera, perché è un chiaro messaggio adesso che è in atto il processo Aemilia. E' bello vedere una comunità che si stringe intorno al sindaco dicendo 'noi siamo felici di questo bene'". E la società sembra davvero stringersi intorno al piccolo comune: studenti, pensionati, sindacalisti e lavoratori riempiono la sala, riempiendola di omogeneità e ottimismo, come quello respirato al buffet alla fine dell'evento, fornito di taralli e di vino prodotto dalla cooperativa di Libera terra "Placido Rizzotto", nelle terre corleonesi confiscate  a Totò Riina. "A Piacenza è la prima volte che il bene viene dato in carico a un comune: abbiamo avuto altri casi in provincia o al confine con Parma, come il parco dello Stirone. Nel dispositivo della Cassazione è chiaro che si parla di un'associazione mafiosa e anche per questo è stato molto importante questa sera, per far capire che siamo in tanti. Siamo molto soddisfatti" conclude Liotti.

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