Edo Guglielmetti, piacentino nella Bruxelles sotto attacco. La testimonianza

Dopo Parigi, Bruxelles. L’Europa è di nuovo sotto attacco e di nuovo si contano i morti e i feriti. Una serie di attentati tra l’aeroporto internazionale di Zeventem e le stazioni metro hanno messo in ginocchio la capitale del Belgio da questa mattina intorno alle 8. Nonostante le linee telefoniche siano intasate da ore, siamo riusciti a contattare con una chiamata Whatsapp Edoardo Guglielmetti, piacentino di San Giorgio, classe 1976, da tre lustri a Bruxelles con vari incarichi; ha lavorato all’Onu, al Parlamento Europeo e alla Rete Europea delle New Towns, per citarne alcuni, e oggi si occupa di scomparsa di minori, di lotta allo sfruttamento sessuale, sempre di minori, e di sicurezza online per conto della fondazione internazionale Child Focus.

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«Perplessità, stupore, incredulità» sono le prime tre parole che vengono in mente a Guglielmetti quando gli chiediamo che aria si respira tra i cittadini di Bruxelles, di cui fa parte da 15 anni. Incredulità – spiega – «perché la gran parte delle persone, nonostante i fatti degli ultimi mesi, aveva tirato un sospiro di sollievo dopo gli arresti recenti». Si riferisce alla cattura di Salah Abdeslam, uno degli uomini più ricercati d’Europa dopo gli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre e considerato una delle menti proprio di queste stragi. La sua cattura e il suo ferimento l’altro giorno nel quartiere belga di Molenbeek aveva rappresentato un successo investigativo che sembrava aver dato un duro colpo alla macchina del terrorismo. Ma, come sempre più spesso capita tragicamente di riscontrare, la guerra che è in atto – perché tale è – non ha un vero e proprio fronte; da un lato ci sono gli eserciti regolari, le Nazioni, dall’altro ci sono guerriglieri, soldati senza uniforme mischiati alla gente comune, spesso cittadini regolari dei Paesi che colpiscono a morte. Non ci sono regole, non c’è etica. Questa mattina sono state uccise persone innocenti, cittadini comuni. «Sono stato fatto scendere dal tram – racconta Edoardo – La città è nel caos, l’esercito è nelle strade, c’è il blocco totale delle zone interessate dagli attacchi, le linee telefoniche sono fuori uso; e perdipiù il Belgio è un Paese fortemente federale quindi ora non è semplice nemmeno la gestione delle competenze, delle responsabilità nell’emergenza». «L’incredulità – prosegue – è resa ancora più drammatica dal fatto che si credevano sufficienti le misure di sicurezza prese in questo periodo. Evidentemente non sono bastate, ed è difficile che possano bastare di fronte ad azioni di questo genere». 

Morale, il Belgio è sconvolto. Non che fosse del tutto sconosciuto ai più il fatto che questa piccola nazione nel cuore dell’Europa fosse diventata la base di gruppi non proprio innocui; e l’intelligence ha sempre lavorato per stanarli. Il salto di qualità, per così dire, è però avvenuto in quest’ultimo periodo: da base logistica, il Belgio e la sua capitale si sono trasformati in target di attacchi, che probabilmente partono proprio dall’interno, da frange estremiste che da anni sono stanziali nel Paese. E ora la gente ha paura, è evidente, e ce lo conferma lo stesso Guglielmetti. Al quale chiediamo, dunque, un parere tecnico legato al mondo internet, di cui si occupa. Perché terrorismo e web vanno sempre più a braccetto ed è difficile stare al passo dei movimenti di chi decide di organizzare cellule terroristiche ed azioni come quelle a cui abbiamo purtroppo assistito impotenti negli ultimi anni, negli ultimi mesi. «Per internet vale lo stesso principio che vale per le armi – spiega Guglielmetti – Le armi e i sistemi d’attacco vengono sempre progettati e studiati prima di quelli di difesa». In buona sostanza, chi si difende rischia di essere un passo indietro. Esiste il deep web in cui le autorità faticano a navigare, a controllare. E il terrorismo prospera reclutando, organizzando, promuovendo». 

Ed è qui che, secondo Edoardo Guglielmetti, andrebbero dirottati impegno e risorse. Anche perché il Belgio è uno dei Paesi da cui è partito un gran numero di combattenti volontari per la Siria: un segno che non dovrebbe essere trascurato, che non avrebbe dovuto essere trascurato. Eppure anche i genitori che all’epoca avevano denunciato la partenza dei figli per la Siria si sono sentiti dire dalle autorità che non potevano farci niente, che non avevano gli strumenti. Intelligence potenziata, dunque, a tutti i livelli. 

E a livello di integrazione? Perché si parla anche di questo da quando l’Europa sanguina a suon di attacchi di matrice islamica. E si scatena il dibattito pubblico prima ancora che quello politico. «Il clima è cambiato, questo è certo – dice – ma siamo di fronte a storie personali e a dinamiche ben diverse da quelle che possiamo immaginare. Gli interessi in gioco e gli ingredienti che creano il mix esplosivo e tragico a cui stiamo assistendo, sono svariati; c’è la religione ma c’è anche tanto altro. E purtroppo sempre più spesso, quando emergono le storie personali dei vari attentatori, scopriamo che non frequentavano moschee ma bar dove si beveva alcol. Magari Bruxelles, come altre capitali e città europee, sono piene di musulmani teoricamente meno integrati ma che comunque non si sognerebbero mai di scendere in strada con una bomba in mano».

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