Abbiamo continuato a sperare, fino in ultimo, che il virus risparmiasse l’Uganda; purtroppo, invece, la sera del 21 marzo, alle 22,12, è arrivata la notizia che il primo contagio è stato rilevato. Lo ha portato da Dubai un ugandese di 36 anni ritorno da un viaggio di affari.
Già nelle settimane scorse avevamo cominciato a prepararci al peggio adottando procedure specifiche (inviate il 12 marzo) per preparare tutti i nostri collaboratori locali ed espatriati all’eventualità che l’emergenza si concretizzasse, e invitando anche i nostri collaboratori espatriati a valutare se rientrare in Italia o rimanere in Uganda per far fronte alla situazione.
Abbiamo poi organizzato, in tutte le nostre sedi, incontri di formazione e informazione per i collaboratori locali e espatriati.
Come abbiamo sperimentato in Italia, l’unico strumento efficace contro la propagazione del virus è ridurre all’essenziale i contatti con l’esterno e mantenere rigidi protocolli di sicurezza (distanze, lavarsi le mani, disinfettare ambienti, maschere, ecc.), quindi vedremo di ridurre al minimo le attività e attiveremo ogni iniziativa per evitare le occasioni di contagio.
Oltre che il contatto diretto con le Autorità amministrative e sanitarie Ugandesi, siamo in contatto costante con l’Ambasciata italiana e con le altre organizzazioni italiane e internazionali presenti sul territorio in modo da affrontare la situazione facendo rete.
Un ringraziamento particolare va ai nostri collaboratori in Uganda, uomini e donne che portano avanti con passione e dedizione il loro lavoro e che, come i nostri medici in Italia, hanno fatto delle scelte di vita e hanno il senso del loro compito e del loro ruolo, e hanno accettato di rimanere per fronteggiare, insieme al popolo ugandese, anche questa ulteriore sfida, che è una delle tante che da anni affrontiamo insieme.
Vi terremo costantemente informati sull’evolversi della situazione.
Nei prossimi mesi la popolazione Ugandese sarà messa a dura prova e anche la nostra organizzazione dovrà affrontare grandi sfide.
Rischiamo la chiusura totale del paese, il che vorrebbe dire che, come al solito saranno gli ultimi a pagare il prezzo più grande perché, come diceva don Vittorione, “la loro morte non fa notizia”.
Abbiamo un organico di 140 dipendenti locali e 16 espatriati presenti in loco.
Dovremo bloccare attività e progetti, il che vorrà dire: assumerci degli oneri straordinari per far fronte alla situazione. Soprattutto nei confronti dei nostri collaboratori e dipendenti locali, cercheremo di fare il possibile per non abbandonarli e sostenerli anche durante questo periodo critico.
Per questo chiediamo a tutti i nostri amici e sostenitori di esserci vicini e aiutarci.
Infine, chiediamo a don Vittorione di continuare a tenere la sua “mano forte” sulla testa di ogni collaboratore, volontario e sostenitore di Africa Mission Cooperation and Development, in Italia e in Uganda.
Grazie di cuore, un abbraccio, un augurio di bene a tutti e grazie per quello che potrete fare.
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