Attualità

Al carcere di Piacenza debutta lo spettacolo “Il mio detenuto amore”

La Casa Circondariale di Piacenza ospiterà l’11 giugno alle 18.30 il debutto de “Il mio detenuto amore”, il nuovo spettacolo del regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino. In scena dieci detenuti della struttura piacentina insieme all’attrice Valentina Verre.

Lo spettacolo rappresenta il terzo lavoro prodotto quest’anno nell’ambito del progetto “Educarsi alla libertà”, sostenuto dalla Fondazione Piacenza e Vigevano e realizzato dalla cooperativa sociale Teatroincontro con il patrocinio del Ministero della Giustizia e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Dopo il successo de “Il Giubileo dell’alta sicurezza”, interpretato da detenute di alta sicurezza nel carcere di Piacenza, e di “Agenti”, accolto con grande consenso di pubblico e critica al Teatro Elfo Puccini di Milano, cresce l’attesa per questo nuovo lavoro di Sorrentino, che ancora una volta applica il teatro partecipato nei contesti di esclusione sociale e marginalità.

«Sostenere il teatro nelle carceri significa investire nella dignità della persona e nella possibilità concreta di un cambiamento – commenta il presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano Roberto Reggi -. Il teatro rappresenta uno spazio di ascolto che può restituire voce, consapevolezza e fiducia anche a chi vive una condizione di marginalità e restrizione. Le esperienze teatrali negli istituti penitenziari dimostrano ogni giorno come l’arte possa diventare uno strumento educativo e relazionale capace di favorire responsabilità, rispetto reciproco, reinserimento sociale e contribuire significativamente alla riduzione delle recidive. L’apertura alla città dell’esito di questi percorsi aiuta anche rafforzare il legame tra carcere e società civile, e a superare stereotipi e indifferenza».

Al centro de “Il mio detenuto amore” vi sono i familiari delle persone in carcere, attraverso la storia della compagna di un detenuto che prende parte a un laboratorio teatrale all’interno della casa di detenzione, con conseguenze profonde e inaspettate.

«Il mio approccio teatrale è sistemico – spiega Mimmo Sorrentino –. Cerco di dare voce a tutte le voci che costituiscono il contesto nel quale vado a lavorare. Del carcere si parla soprattutto dei detenuti. Io ho portato in scena anche gli agenti di polizia penitenziaria e ora racconto la storia di un familiare. Dei familiari dei detenuti non si parla mai, eppure chiunque lavori in carcere sa quanto diventino parte integrante della struttura. Le loro vite, le loro sofferenze, i loro viaggi sfuggono spesso alla letteratura, alla cronaca e anche al teatro che raramente li racconta».

Lo spettacolo assume inoltre una struttura pirandelliana di “teatro nel teatro”: accanto all’attrice professionista, i detenuti interpretano sé stessi mentre preparano uno spettacolo teatrale, affrontando temi universali come il perdono, la speranza, la rivolta, il dolore della detenzione e la forza catartica della rappresentazione artistica, che svela l’animo umano sottraendolo alla colpa.

«I detenuti in scena non chiedono perdono per quello che hanno fatto, per i reati commessi stanno già pagando la loro pena – continua Sorrentino –. Chiedono perdono per quello che non hanno fatto e questo credo che riguardi tutti, non solo loro. Allo stesso modo abbiamo trattato anche gli altri temi di cui si parla nello spettacolo. Il mio intento, senza mai nascondere che in scena vi siano detenuti e che lo spettacolo parli di carcere, è di fare in modo che il pubblico si senta toccato, che si specchi nei detenuti e, nello specchiarsi, riconosca sé stesso».

A differenza dei reclusi in alta sicurezza che hanno conoscenza del carcere, avendone spesso esperienza per storia familiare, i detenuti comuni non ne hanno alcuna consapevolezza. «Sono persone quasi sempre giovanissime, quasi sempre straniere, che non sono in grado di orientarsi perché in loro la tragedia non produce resurrezioni. Incapaci di comprendere le regole. Sembrano pentole a pressione destinate a scoppiare. E la pressione è prodotta dall’intelligenza che non gli difetta, come non gli difetta la resistenza e la necessità del vivere». 

La Direzione dell’Istituto Penitenziario di Piacenza esprime con soddisfazione l’importanza dell’evento teatrale che si accoglierà l’11 giugno all’interno delle mura. «Il teatro rappresenta uno strumento di straordinario valore trattamentale. Consente alle persone detenute di esprimersi, di confrontarsi, di riscoprire capacità di ascolto e di relazione. Attraverso la recitazione e la partecipazione attiva si aprono spazi di riflessione personale e di crescita umana che vanno oltre la pena – sottolinea il direttore della Casa Circondariale Andrea Romeo -. Accogliere il lavoro del regista Mimmo Sorrentino e della sua collaboratrice, l’attrice Valentina Verre, significa riconoscere la dignità delle persone, favorire percorsi di reinserimento e testimoniare che la cultura può entrare e fare la differenza anche in un contesto di esecuzione penale».

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La Cooperativa Teatroincontro nasce nel 1990, a Vigevano. Nel 2016 si trasforma in cooperativa sociale, in sintonia con la propria offerta: il teatro sociale come strumento di conoscenza e di cambiamento.

Nel corso degli anni coinvolge, in qualità di attori, persone con disabilità, studenti, docenti, tossicodipendenti in recupero, alcolisti, anziani, extracomunitari, abitanti delle periferie urbane, Rom, detenuti, vigili del fuoco, alpini, giudici, magistrati, medici, infermieri, commercianti ambulanti, pendolari, malati terminali, malati di Alzheimer.

Svolge la propria ricerca adattando al teatro un metodo proprio delle scienze sociali: l’osservazione partecipata.

Direttore artistico è Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista.

Mimmo Sorrentino

Mimmo Sorrentino è drammaturgo, regista e docente di “teatro partecipato” alla Scuola Paolo Grassi di Milano. Nella sua ricerca ha coinvolto attori, studenti, docenti, disabili, tossicodipendenti in recupero, alcolisti, anziani, extracomunitari, abitanti delle periferie del nord Italia, Rom, detenuti, vigili del fuoco, giudici, magistrati, medici, infermieri, commercianti ambulanti, pendolari, malati terminali, malati di Alzheimer, alpini, persone uscite dal coma, donne maltrattate, bambini, adolescenti con disturbi alimentari.

Ha ricevuto il Premio Giacomo Matteotti indetto dalla Presidenza del Consiglio per il testo “Che tutto sia bene”. Il premio Nisida fotogrammi dal carcere per lo spettacolo “Scappa”. Premio ANCT – Teatri delle diversità 2014 e il PREMIO “ENRIQUEZ” 2009 per la sua attività di teatro sociale. Con lo spettacolo Fratello Clandestino è stato segnalato al Premio “Teresa Pomodoro, un teatro per l’inclusione”. Ad “Ave Maria per una gattamorta” il Premio Ubu e al premio Ater Riccione. Con “Nel libro di Mastronardi” si è aggiudicato il premio Drammaturgia in\finita. Con i racconti “Che tutto sia bene” è stato segnalato al XXXI Premio Italo Calvino. È coautore del documentario “Cattività” di Bruno Oliviero prodotto da Rai Cinema realizzato nell’ambito del progetto “Educarsi alla libertà” patrocinato dal Ministero di Giustizia e dal Mibact.

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