«Un racconto a volo d’uccello di Piacenza nel corso di molti secoli». Così Marcello Simonetta – storico di rango e fine ricercatore che vive e lavora a Firenze, alla sua quarta opera realizzata per la Banca di Piacenza – ha definito la sua ultima fatica editoriale piacentina (Breve storia economica e politica di Piacenza dal Medioevo al Novecento, stampa Ediprima), scritta in occasione del 90° anniversario della fondazione della Banca e presentata al PalabancaEventi, Sala Panini, in dialogo con il giornalista Emanuele Galba.
Come in ogni volume dell’autore, anche in questo libro il contenuto è diviso in due parti: «La sezione narrativa per i lettori curiosi, dove si ripercorrono le tappe più interessanti della vita cittadina con la lente economico-finanziaria, seguita da un’appendice con alcuni documenti inediti che illustrano i dati presentati nella prima parte, per gli studiosi».
Fatta questa premessa, il prof. Simonetta ha ricordato le tappe fondamentali della storia piacentina, a partire dalla sua nascita nel 218 a.C. come colonia romana (castrum strategico per la sua posizione geografica). Nel IV secolo emerse la figura di Antonino, «legionario diventato santo che pagò con la vita la sua opera di evangelizzazione durante le persecuzioni di Diocleziano» e che ancora oggi è l’anima spirituale dei piacentini. «Ma Piacenza – ha spiegato lo storico fiorentino – entrò nei libri di storia universale perché è qui che morì l’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C.».
Il generale Flavio Oreste, l’uomo che aveva messo sul trono il figlio Romolo Augusto, fu catturato e ucciso proprio nella nostra città. Con la sua morte la resistenza romana crollò. Romolo Augusto, l’ultimo imperatore, fu deposto. «Piacenza fu dunque testimone dell’ultimo respiro di Roma». Seguì una «grande confusione barbarica e il Medioevo». La Valpadana rinacque commercialmente e a Piacenza il vescovo («imprenditore») svolse un ruolo centrale, gestendo le entrate dei traffici via Po, che investiva nelle sue corti (proprietà agricole e amministrative).
Nella nostra città nacquero anche le prime fiere di cambi. La Chiesa proibiva l’usura e allora le fiere servivano a scambiare le diverse monete guadagnando sull’interesse e su una piccola commissione. Prese dunque piede la figura dei cambiavalute, antenati dei banchieri e i piacentini erano conosciuti come “trafficanti di denaro”.
«Piacenza – ha evidenziato il prof. Simonetta – si distinse come crocevia di fede e denaro e non è un caso che proprio qui, nel 1095, Urbano II lanciò la chiamata alle armi per la Prima Crociata».
Passarono i secoli e la città prese sempre più la forma del Comune e si alleò con Genova, potentissima Repubblica marinara («Palazzo Gotico risente dello stile genovese») e l’accordo tra mercanti e banchieri fece avere uno sviluppo esplosivo all’economia. «Furono una cinquantina di piacentini a finanziare la settima Crociata», ha proseguito l’autore aggiungendo che «i re d’Inghilterra prendevano i soldi a prestito dai banchieri piacentini e alle volte non li restituivano».
Entrando nel Trecento Piacenza «fu nella morsa tirannica dei Visconti» estinti i quali passò sotto al dominio di Francesco Sforza (nel libro il terribile sacco di Piacenza è descritto facendo ricorso ai versi del poeta Antonio Cornazzano). A fine ‘400 iniziò il dominio gallico; nel 1513 il primo Papa Medici – Leone X – riprese il controllo della nostra città. Si susseguirono una serie di amministratori di scelta papale (tra gli altri, Goro Gheri e Alessandro Del Caccia). Papa Paolo III manderà poi il figlio Pier Luigi a fare il duca di Piacenza e Parma «ma non finì bene, come ho raccontato nel libro PLAC». Figura che merita di essere citata è quella del figlio di Pier Luigi, Ottavio Farnese, che si ricordò dell’importanza delle fiere di cambio riportandole in auge, Fu un’età dell’oro per i banchieri piacentini e scoppiò una guerra commerciale con Genova.
Facendo un salto in avanti, per raccontare la storia di Piacenza tra il Settecento e l’Ottocento, l’autore ricorre alla prosa spigliata di Francesco Giarelli («sono anni di crisi economica che spinge le istituzioni, anche quelle religiose, a svendere i propri tesori, come accaduto con la Madonna Sistina di Raffaello»).
Poi arriva l’Unità d’Italia e si assiste alla nascita delle vere e proprie banche. «La crisi del 1929 – ha spiegato il prof. Simonetta – da noi si sentì con ritardo, a partire dal 1932 e colpì le banche locali che caddero una ad una. In un momento così delicato un gruppo di benemeriti cittadini, siamo nel 1936, diedero vita alla Banca di Piacenza». La storia (nel libro) si ferma qui. Quella della Banca prosegue ancora oggi, a 90 anni di distanza, fondendosi con la storia del territorio dove è nata e dove ha continuato a svilupparsi come punto di riferimento per famiglie e imprese.
Agli intervenuti è stato riservata copia del volume.
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