Politica

Albasi: “La montagna non si taglia con un algoritmo, bene la mobilitazione dei territori e il lavoro della Regione”

Ridurre la montagna a una questione di parametri tecnici significa non comprenderne la complessità sociale, economica e demografica. È questa la posizione espressa dal consigliere regionale Lodovico Albasi in merito alla nuova classificazione dei comuni montani prevista nell’ambito dell’attuazione della cosiddetta Legge Calderoli. 

“La riclassificazione promossa dal Governo – afferma Albasi – nasce come intervento tecnico, ma produce effetti profondamente politici: a livello nazionale circa 1.200 comuni rischiano l’esclusione dal riparto delle risorse destinate alla montagna. È una scelta che il Partito Democratico ha contestato con nettezza, perché colpisce territori già segnati da spopolamento, carenza di servizi, fragilità infrastrutturali e difficoltà demografiche. Non si può pensare di rafforzare la coesione territoriale riducendo i beneficiari delle politiche di sostegno”.

Il consigliere dem richiama la posizione espressa dal PD a livello nazionale, che ha definito la nuova classificazione “ingiusta” e ha chiesto al Governo di rivedere immediatamente i criteri adottati. “La montagna – prosegue Albasi – non è una categoria residuale da comprimere nei bilanci, ma una frontiera di sviluppo, coesione e sostenibilità per l’intero Paese. Una vera politica per la montagna dovrebbe tutelare e rafforzare le comunità dell’Appennino, non marginalizzarle ulteriormente”. Albasi esprime però soddisfazione per il lavoro svolto dalla Regione Emilia-Romagna in sede di Conferenza delle Regioni. “L’Assessore Baruffi ha portato avanti un confronto serio e fondato su dati oggettivi, riuscendo a influenzare altre Regioni e a rappresentare con forza le ragioni dei nostri territori. È anche grazie a questo lavoro, insieme alla mobilitazione dei sindaci e della società civile, che il Governo ha rivisto la prima bozza di classificazione, che penalizzava in modo significativo la provincia di Piacenza”.

“La nuova proiezione – conclude Albasi – sembra restituire un quadro più equilibrato per il territorio piacentino. La provincia di Piacenza pare uscirne meglio rispetto alle ipotesi iniziali, ma resta il nodo politico di fondo: non possiamo accettare che criteri esclusivamente altimetrici o tecnico-amministrativi ignorino indicatori demografici, sociali ed economici che definiscono la reale condizione di fragilità dei territori montani. La Regione dovrà continuare a garantire, anche con risorse proprie, l’equilibrio costruito in questi anni, senza lasciare indietro nessuna comunità”.

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