Attualità

“Grazie ai suoi Cavalli Piacenza ha dialogato con il mondo intero”, al PalabancaEventi il libro di Antonio Iommelli

«I monumenti equestri della nostra Piazza dedicati ad Alessandro e Ranuccio Farnese hanno permesso a Piacenza di dialogare con le grandi corti europee e internazionali». A spiegarlo, Antonio Iommelli, direttore dei Musei Civici di Palazzo Farnese e autore del volume “Piacenza e i suoi Cavalli” (edizioni Banca di Piacenza, stampa Ediprima) realizzato per celebrare il successo della mostra dedicata al genio di Francesco Mochi (1580-1654) proposta dall’Istituto di credito al PalabancaEventi nel periodo natalizio e di cui lo stesso dott. Iommelli è stato il curatore scientifico. Libro presentato in Sala Panini alle autorità, presenti numerose.

Un omaggio alla storia di Piacenza

«Quest’opera – ha sottolineato nel suo saluto introduttivo il presidente della Banca Giuseppe Nenna – è un’ulteriore dimostrazione della volontà del nostro Istituto di essere sempre vicino al territorio, un omaggio alla storia di Piacenza e a chi ha contribuito a tramandarla attraverso l’arte. E un’occasione, anche, di festeggiare i nostri 90 anni».

L’elegante pubblicazione, ricca di suggestive immagini in altissima definizione, celebra dunque i 400 anni dall’inaugurazione del monumento equestre ad Alessandro Farnese (1625) che insieme a quello di Ranuccio rappresenta una delle più alte espressioni della scultura barocca in Italia e tra le opere più significativa del Mochi, di cui il libro intende valorizzare il legame con Piacenza, sua patria d’adozione per 17 anni: un periodo di intensa attività artistica e di vita familiare (qui nacquero cinque dei suoi otto figli), suggellato dal conferimento della cittadinanza onoraria.

La nascita dei Cavalli

La decisione di realizzare i due gruppi equestri (e non la colonna proposta in un primo tempo dal Malosso) è pienamente coerente con le tendenze artistiche del tempo. Il monumento equestre era ormai lo strumento privilegiato delle corti italiane ed europee per l’esaltazione dinastica e per la solenne affermazione del potere sullo spazio urbano («I Farnese – ha spiegato l’autore – non avevano nobilissime origini e attraverso l’arte volevano mettersi alla pari con le grandi famiglie; cosa che gli riuscì, se pensiamo che nel ‘700 Elisabetta diventa la moglie di Filippo V»).

La committenza («siamo nel 1612 e Piacenza si vuole mettere in dialogo con Roma») arriva in un momento cruciale per il Ducato: l’ingresso solenne a Piacenza della moglie di Ranuccio, Margherita Aldobrandini e il battesimo del loro primogenito Odoardo. «L’iniziativa – ha argomentato il dott. Iommelli – aveva però un significato più profondo alludendo infatti a una richiesta implicita di sottomissione rivolta alla città, che nel 1547 si era resa responsabile dell’omicidio e del defenestramento di Pier Luigi: riaffermazione dunque dell’autorità ducale su un territorio segnato da una memoria ancora dolorosa».

Il direttore dei Musei Civici ha ricordato i due viaggi in Veneto che il Mochi fece per documentarsi sulle realizzazione di statue equestri in bronzo: a Padova, per vedere il Gattamelata di Donatello e a Venezia (cavalli di San Marco e il monumento a Colleoni del Verrocchio). «L’artista – ha proseguito il dott. Iommelli – ha così trovato l’ispirazione per realizzare il cavallino-modello da presentare a Ranuccio per convincerlo sul progetto. Lo stesso ammirato in mostra e appartenente alla collezione Pallavicini».

«I monumenti della Piazza – ha concluso l’autore – sono importanti perché riescono a rendere “vivo” il cavallo e con i due capolavori del Mochi la dinastia regnante è riuscita a dire al mondo intero: “Noi siamo i Farnese”».

Agli intervenuti è stata riservata copia del volume.

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