Tregue che durano una settimana, tavoli multilaterali che si svuotano, trattati che nessuno rispetta più: la diplomazia sembra aver perso la sua grammatica. Eppure ogni conflitto, prima o poi, finisce in una stanza dove qualcuno deve trovare un accordo. Michael Tsur negozia da trent’anni: è stato nella squadra dell’esercito israeliano per la liberazione degli ostaggi, primo mediatore della Corte Suprema di Israele, e ha trattato in crisi come l’assedio alla Basilica della Natività di Betlemme.
Nel suo libro Il negoziatore (Paesi Edizioni, scritto con Frediano Finucci) riassume tutto in un principio che vale per i rapimenti come per le liti in famiglia: non si negozia mai contro qualcuno, ma con qualcuno. Piero Benassi ha attraversato crisi analoghe dall’altro lato del tavolo, quello degli Stati: ambasciatore, già Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.
Due mestieri della mediazione a confronto, per capire che cosa resta dell’arte dell’accordo quando le regole condivise sono saltate – e perché continuare a sedersi al tavolo, anche con chi non ci somiglia, è l’attraversamento più difficile di tutti.
“La diplomazia in quanto struttura permanente assicurata da diplomatici di professione evidentemente esiste oggi come esisteva ieri ed esisteva l’altro ieri. La novità non benvenuta di oggi è che ci si avvale di questa struttura meno di quanto si dovrebbe. Per natura sono ottimista, anche perché non riesco a immaginare un diplomatico pessimista, anzi sarebbe da evitare”.
“Penso che questa nottata prima o poi passerà e ci si tornerà ad avvalere dei professionisti. Però i professionisti assicurano il corretto modo di dialogare ma soprattutto di ascoltare l’interlocutore dentro una linea di indicazione politica che spesso, per superare un grave momento di crisi, un conflitto, una grave tensione, ha bisogno di coraggio. Quello che vedo un po’ carente di questi tempi è il coraggio”.
“Questo festival le sarebbe piaciuto da morire, la ricordo con grande commozione, ancora vivissimo e fresco il ricordo della sua scomparsa. Ho avuto l’enorme onore di essere un suo diretto collaboratore quando era ministro degli esteri, era il suo capo di gabinetto. Un’esperienza che poi ha fatto nascere un’amicizia che si è mantenuta nel tempo con regolarità fino agli ultimi giorni”.
“L’Italia deve molto a questa persona. Il ministero degli esteri, benché l’anno di governo di Emma fu evidentemente troppo poco, lo ricordo ancora con grande entusiasmo proprio per il modo di lavorare e per quel coraggio che aveva rispetto alle sue decisioni”.
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