Cronaca Piacenza

Case di cura Piacenza e Sant’Antonino, la dirigenza: “Anche da noi la lotta è serrata, ma forse non si sta remando tutti nella stessa direzione”

Per il tramite dei propri legali, Avv. Manuel Monteverdi e Avv,. Adalberto Sacchelli, con la presente nota, Casa di Cura Privata Piacenza s.p.a. e Casa di Cura Privata Sant’Antonino s.r.l., in persona del legale rappresentante, Prof. Mario Sanna, intendono chiarire la situazione in merito alle accuse sollevate da alcuni operatori della struttura, rimasti anonimi, riportate da parte della stampa locale (quotidiano “Libertà”) in data 20.03.2020, ed afferenti alla vicenda citata nell’ambito dell’emergenza Coronavirus.
E’ stato scritto, infatti, che gli operatori dei suddetti nosocomi sarebbero stati costretti a lavorare pur risultando positivi al virus, derivando da ciò una presunta negligenza delle due strutture nei confronti di operatori e pazienti.

Tale voce anonima è inoltre ritornata sulla questione del paziente anziano trasferito. Ebbene, l’inspiegabile correlazione tra il medico ricoverato a Tenerife e la Casa di Cura Privata Sant’Antonino è del tutto fuorviante e non corrispondente al vero. La clinica Piacenza non è atta ad attività di lungodegenza ma soltanto ad attività chirurgica: il paziente in questione, proveniente da un ricovero presso il Servizio Sanitario Pubblico, veniva ricoverato, al fine di lungodegenza riabilitativa, presso la clinica Sant’Antonino il 17 febbraio.

Dunque, sono stati seguiti i protocolli ordinari e vigenti a quel momento: trasferimento al Pronto Soccorso, e seguente ricovero all’Ospedale. Come evidenziato con nostra nota pubblicata da tutti gli organi di stampa locale, il suddetto medico ha prestato la propria opera soltanto nella Casa di Cura Piacenza, in quanto chirurgo, e non nella clinica Sant’Antonino, operando il 10 febbraio scorso. Chiunque abbia ricondotto la figura di tale sanitario al paziente di cui sopra, non rende un buon servizio né alle due cliniche né alla collettività.

Ancora, secondo una fonte anonima citata nell’articolo “ci sono poi voci di familiari di pazienti che riferiscono di dimissioni a loro avviso intempestive oppure di un decesso avvenuto dopo la chiusura delle cliniche alle visite”.
Siamo tutti toccati emotivamente dalla situazione in essere, ma è chiaro che i familiari non possono stabilire, “a loro avviso”, se le dimissioni sono tempestive o intempestive.

Con quali competenze potrebbero fare tali valutazioni? Inoltre, il decesso di cui si scrive non ha alcun nesso causale con la chiusura delle cliniche alle visite; semmai, val la pena ricordare che tale misura è stata disposta proprio per tutelare pazienti e visitatori, anche se a questi ultimi, talvolta, tale scelta può risultare drastica ed ingiusta. E venendo alla vera novità della giornata, sempre rilevata dall’articolo in questione, inerente al presunto obbligo, per il personale, di lavorare con positività al Covid -19, è ben chiarire quanto segue.

Il 16 marzo 2020 (dunque nel pieno della lotta contro il virus), per sopperire all’esaurimento dei tamponi (circostanza che non è riconducibile a responsabilità delle cliniche in questione), la Direzione Sanitaria delle due Case di Cura informava gli operatori di aver messo a loro disposizione (su propria iniziativa e senza essere tenuta a farlo!) l’esecuzione della Tac per persone con sintomi (temperatura superiore a 37,5, tosse, mal di gola, congiuntivite, ecc.).

Su tale presupposto, veniva stabilito che ogni operatore sintomatico “dovrà sottoporsi ad una valutazione preventiva Otorino; in caso di esito positivo effettuerà la Tac Torace e nel qual caso risultasse positiva e persistessero i sintomi sopra descritti, dovrà recarsi del medico di base”.

Lo scopo era – ed è – quello di operare uno “screening” tra il personale sanitario (in assenza di tamponi) in modo da permettere di accedere al lavoro (e quindi alla clinica) unicamente al personale sano.

La nota interna concludeva che “diversamente, in caso di Tac positiva ma in assenza di sintomi proseguirà l’attività lavorativa”. Ebbene, gli operatori con Tac positive ma in assenza di sintomi sono coloro che hanno in evidenza alterazioni strutturali del polmone non riconducibili a polmonite interstiziali da Covid-19, ma riconducibili a patologie virali (Rino virus) o influenza virus avute in precedenza e non aventi nulla a che vedere con il Coronavirus.

In poche parole: la TAC può certamente riscontrare positività, dettata però da patologie diverse dall’infezione da Covid-19: se il polmone non è colpito dal virus, non possono sussistere nella persona esaminata sintomi ad esso riconducibili. Dunque, se il soggetto è positivo per infezione da Covid-19, segue la procedura prevista per legge, di concerto con l’Ausl, ma se risulta positivo per altre patologie, che non incidono sulla diffusione del virus in questione, può lavorare.

La conclusione per cui “a noi nessuno ha mai fatto alcun esame”, come riportato dall’operatore anonimo intervistato dal quotidiano, non evidenzia alcuna negligenza: in assenza di tamponi, la Tac è utilizzata con gli stessi criteri e modalità con cui erano impiegati i tamponi medesimi.

I fatti di cronaca da settimane ci comunicano che il virus non guarda in faccia a nessuno, che gli operatori sanitari sono a rischio e che, se occorre, si lavora anche con turni estenuanti sull’intero territorio nazionale.

I due nosocomi in questione, così come qualsiasi struttura impiegata nella lotta contro il Covid-19, utilizzano tutte le dotazioni ex lege previste a tutela dei pazienti e degli operatori, non avendo strumenti diversi, ulteriori, migliorativi ed alternativi a quelli oggi disponibili sul fronte nazionale.

Anche nella due cliniche, come in qualsiasi struttura interessata dal problema, la lotta è serrata e costante. Forse, però, in questo momento non si sta remando tutti nella stessa direzione.

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