Politica

La lettera dei collettivi antagonisti: “Antifascismo e lotta sul lavoro per noi sono pratiche quotidiane”

Come collettivi e realtà organizzate piacentine ci sentiamo di prendere parola in risposta alla lettera anonima pubblicata pochi giorni addietro dal giornale in merito alla condizione della sinistra “senso latu” piacentina e non. Lo facciamo perché esplicitamente chiamati in causa nell’intervento e senza alcun intento polemico, ma con la sincera aspirazione di dare alcuni chiarimenti in merito agli argomenti toccati“. Inizia così la nota dei gruppi che il 24 gennaio hanno organizzato la contromanifestazione in risposta al corteo per la Remigrazione.

LA NOTA DEI COLLETTIVI

Partiamo dalle prime considerazioni, quelle in cui il mittente afferma di aver visto la “gente comune” in mezzo alla manifestazione “remigrazione”, che ricordiamo essere stata promossa da gruppi dell’estrema destra neonazista ben noti alle cronache locali per i molteplici atti di aggressione violenta a sfondo politico. E’ vero che una cinquantina di “piacentini comuni” erano effettivamente presenti fra i circa 700 manifestanti (non i 1.200 riportati dai media locali), ma vogliamo contraddire la lettura proposta: per la stragrande maggioranza, in rapporto di 10 a 1, i presenti erano militanti radunati da tutto il paese dei gruppi neonazisti promotori, Casapound e Veneto Fronte Skinheads. Giusto quindi evidenziare come l’insofferenza per il fenomeno migratorio intercetti fasce popolari, ma cerchiamo di dare una rappresentazione oggettiva di quanto andato in scena.

Lo stato della sinistra

Passiamo alla seconda parte della lettera, quella che più ci riguarda in quanto analisi dello stato della “sinistra”.

L’anonimo autore della missiva parla di una sinistra moderata che “guarda con disprezzo i militanti” e di una parte “militante” che, sentendosi depositaria della Resistenza, guarda con disprezzo “chiunque provi a parlare un linguaggio diverso”. Falso. Qui bisogna conoscere bene i fatti (e la storia degli ultimi 15 anni della nostra città) prima di avventurarsi in letture approssimative. La rottura fra “moderati” e “militanti” (categorie di per sé imprecise, ma assumiamole) non deriva da preclusioni ideologiche o cameratismo di parte, bensì da fatti molto concreti avvenuti in città e nel paese.

Il movimento dei facchini

L’elemento più maiuscolo è stato sicuramente la nascita, proprio nella nostra città, di un movimento poi fattosi nazionale, quello dei facchini della logistica. Stiamo parlando del più significativo fenomeno di organizzazione e politicizzazione della nuova classe operaia migrante, studiato nelle università di tutto il mondo e sul quale sono stati versati fiumi di inchiostro dai migliori ricercatori, oltre che girati innumerevoli servizi documentaristici, come quello andato in onda su Report domenica scorsa o quello che potremo vedere a Presa Diretta di domenica 15 febbraio.

Questo movimento si è spesso scontrato anche con parti datoriali profondamente radicate nel territorio, finanziatrici dei principali media e direttamente rappresentate nelle istituzioni a tutti i livelli. Il legame fra queste “cooperative” e la sinistra “moderata” ha portato da subito questa a criminalizzare tali movimenti e ad additarli come “estremisti”, quando le loro rivendicazioni erano di assoluto buonsenso (malattia pagata, aumenti salariali, stabilizzazioni…in generale dignità sul posto di lavoro).

Rottura operata dalla sinistra moderata

Rispetto a questa prima macroscopica contraddizione, la rottura unilaterale è stata operata dalla sinistra “moderata”, che non è stata capace di recepire le istanze di migliaia di lavoratori scavando un fossato difficilmente colmabile. Non solo: in occasione delle molteplici vicende repressive che hanno interessato i sindacati di base (su tutte il duplice arresto dei vertici sindacali nel 2021 e 2022), questa sinistra è stata così miope da non schierarsi con le vittime della repressione (chiarissime a riguardo le sentenze di liberazione degli accusati, confermate dalla Cassazione e che a più riprese hanno “messo in guardia la locale procura da insistere in questa lettura criminalizzante delle vertenze operaie condotte in modo meritorio dai loro vertici”).

Addirittura, abbiamo assistito a prese di posizioni imbarazzanti come “nessuna solidarietà né politica né umana” agli arrestati. Ciò mentre il meglio della cultura mondiale (dal Professor Barbero a Marco Revelli, dalle università americane a quelle canadesi) si sperticava in denunce delle meschine operazioni repressive.

Qui un ulteriore appunto all’autore della missiva: a un certo punto, il suo intervento accusa noi “militanti” di non proporre soluzioni concrete ma solo slogan. Lo invitiamo a informarsi: le lotte operaie cittadine, che ad oggi coinvolgono a livello di iscritti 5.000 operai, hanno al contrario dato sensibili avanzamenti economici alle famiglie che vivono il territorio, sia migranti che italiane, permettendogli di acquistare una casa e in molti casi di mandare i figli a studiare invece che in magazzino.

Benefici per tutti

Di questi avanzamenti, hanno beneficiato tutti i piacentini, non solo gli operai direttamente coinvolti. E’ vuota retorica questa? No, sono fatti. Fatti che però riguardano cittadini esclusi in massima parte dal diritto di voto, altro tema centrale rispetto al quale non ci pare che la sinistra “moderata” abbia fatto battaglia. Su 7 milioni di operai in Italia, ad oggi 5 non hanno diritto di voto. Una “apartheid light” su cui vige un silenzio di tomba.

L’immobilismo della sinistra istituzionale, che ha governato per anni il nostro paese e avrebbe potuto intervenire sul punto, ovviamente spalanca una prateria alla destra di governo, che sta continuando ad aumentare i flussi in ingresso mentre reprime le lotte sindacali. Più immigrati e sempre poveri, così da avere una inesauribile riserva di argomenti da propaganda senza proporre nulla di concreto. Nessuna politica sui salari, nessuna politica sulle pensioni, tagli ad istruzione e ricerca: il cocktail perfetto per aizzare la guerra fra poveri a cui il corteo “remigrazione” abbocca in pieno (al punto che viene da chiedersi se non vi sia una collaborazione fra queste due destre, fatto che pare realistico vista la partecipazione di elementi istituzionali al corteo neonazista).

L’antifascismo

Ma, come la composizione del corteo antifascista di sabato scorso evidenziava (a proposito: eravamo ben più dei 300 riportati dalla stampa), non esiste solo la contraddizione principale, quella del lavoro. Esiste anche un vivace sottobosco di giovani lavoratori e studenti che in questi anni si è mobilitato sui temi ideali, come l’antifascismo.

Qui la rottura, ancora una volta unilaterale, è avvenuta negli anni fra il 2017 e il 2019, quando a più riprese i partiti della sinistra “moderata” e le loro propaggini associazionistiche si sono schierate contro i giovani, mandando più volte la celere contro il pacifico spezzone da loro organizzato per la ricorrenza del 25 aprile, fattispecie che ha generato anche processi penali per i quali mai è stata spesa una parola di solidarietà verso le vittime della gratuita repressione.

Non solo: sono stati molteplici le aggressioni armate da parte dei militanti neonazisti (alcuni dei quali abbiamo visto alla testa del corteo “remigrazione”) in questi anni. Quasi sempre, i gruppi giovanili organizzati sono riusciti a difendersi e a respingere gli assalitori. Puntualmente però, gli aggrediti si sono poi trovati alla sbarra, denunciati per “rissa” nonostante si fossero solamente difesi da agguati con catene e spranghe. Sorvolando sull’assurdità giuridica del dover sostenere simili processi, anche in queste occasioni è stato assordante il silenzio della “sinistra moderata” citata dal mittente della lettera.

Nessuna preclusione alle collaborazioni

Da parte nostra, non vi è nessuna preclusione alle collaborazioni: lo abbiamo dimostrato durante i due mesi di “movimento per la Palestina”, in cui abbiamo saputo convivere e organizzare insieme a componenti assai distanti dalle nostre posizioni.

Ma l’evidenza di tutto ciò di cui sopra dovrebbe portare chi denuncia la divergenza fra le due “sinistre” a comprendere che le rotture, la criminalizzazione preventiva dei movimenti, sono venuti solo da una parte. Se la sinistra “moderata” avrà mai la dignità intellettuale di fare un pubblico mea culpa su questi 15 anni di scelte e prese di posizioni sbagliate (sorvoliamo sulla sordità ad altre istanze emerse in città, come quella ecologista)…chissà.

Se non lo farà, come crediamo, non vengano poi a chiedere il voto in campagna elettorale: per noi antifascismo e lotta sul lavoro non sono argomenti da campagna elettorale, ma pratiche quotidiane che viviamo per necessità: nessuno di noi ha “il culo al caldo”. Siamo tutti operai, studenti, precari della conoscenza: per noi le posizioni che prendiamo non sono una “messa in scena” nell’arena della politica, una “posa” per cercare consenso. Sono questione di sopravvivenza. Difficile capirlo se non lo si vive ogni giorno.

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