Un recente report di Friends of Europe racconta le ansie e aspettative dei giovani europei in un continente che invecchia: lavoro stabile, accesso alla casa, pensioni sostenibili, sicurezza sociale. Bisogni essenziali e concreti, spesso vissuti con incertezza e disincanto.
Che non c’è modo di riuscire a soddisfare se restano una somma di garanzie materiali. Il dialogo parte da questo contesto e dai risultati di questo sondaggio per interrogare il ruolo della cultura come spazio di senso e appartenenza. Negli anni Settanta, mentre Milan Kundera attraversava l’Europa e dalla Repubblica Cecoslovacca si trasferiva in Francia, gli scrittori e gli intellettuali incarnavano un’idea di Europa come destino culturale inevitabile prima ancora che progetto economico.
Oggi, in un ecosistema mediatico frammentato e in società più disilluse, che responsabilità hanno artisti, curatori, e politiche culturali per “fare l’Europa”? Come può la cultura – andando oltre il soddisfacimento dei bisogni – restituire immaginazione collettiva ai giovani di tutto un continente? E quanto singoli luoghi e città possono diventare “geografie della ripartenza”?
In sostanza, si possono considerare utili l’arte e la cultura? Del tema ha parlato Nicolas Ballario, divulgatore ed di arte contemporanea applicata ai media, ospite del Festival del pensare contemporaneo.
“Beh, invece io non lo ritengo un atto criminoso, credo veramente che siano superflui e questa è la loro grande forza, è il valore aggiunto. Se l’arte diventa utile perde il suo significato, l’arte può valere qualcosa nella vita se rimane in quel limbo del dubbio, in quel limbo della domanda continua. Quindi io credo che l’arte diventi utile quando ti mette in difficoltà, altrimenti serve a poco”.
“Stanno avendo un processo molto molto semplice, non si occupano di arte, non si occupano di cultura sono soltanto delle eccezioni le trasmissioni che si occupano di arte e di cultura, quindi è molto semplice rispondere, non se ne occupano”.
“Certamente quello di cercare di far capire che esiste un pubblico, perché il pubblico della cultura esiste e molto spesso però c’è un problema a fare sistema attraverso anche le discipline culturali più compatibili tra loro; quindi, sembra che l’arte sia fatta per gli utenti dell’arte, il teatro per quelli del teatro, il cinema per quelli del cinema e che fatichino addirittura a contaminarsi tra di loro. Quello che io cerco indegnamente di fare è di mettere insieme tutto e cercare di mischiarlo il più possibile perché penso che sia solo attraverso un rafforzamento del pubblico della cultura che veramente questo può incidere e allora poi si può anche iniziare a spargere la macchia di leopardo, può diventare contagioso”.
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