Politica

Blacklemon risponde al centrodestra: “Chiamati in causa in continuazione, almeno sapere il perché”. E sul Comune: “Nessun rapporto professionale”

La società Blacklemon risponde ai rappresentanti del centrodestra in consiglio comunale che hanno denunciato pressioni nei loro confronti, attraverso diffide legali, possibili richieste risarcitorie e istanze di accesso agli atti riguardanti la loro attività di controllo sulla Giunta Tarasconi.

Riportiamo la nota integrale della Blacklemon.

LA NOTA DI BLACKLEMON

Blacklemon è un’agenzia di comunicazione. Da oltre venticinque anni lavoriamo per imprese, associazioni, professionisti, istituzioni ed enti pubblici.

Quando lavoriamo con la Pubblica Amministrazione lo facciamo nel pieno rispetto delle norme: talvolta attraverso affidamenti diretti consentiti dalla legge, altre volte partecipando a gare e procedure comparative. È il normale lavoro di migliaia di imprese italiane che forniscono servizi agli enti pubblici.

Negli ultimi anni abbiamo appreso ripetutamente dai giornali che alcuni consiglieri comunali hanno chiesto, più e più volte, informazioni sui rapporti professionali tra Blacklemon e il Comune di Piacenza o altre realtà pubbliche e partecipate del territorio.

È perfettamente legittimo farlo.

Così come sarebbe perfettamente legittimo, naturalmente, che Blacklemon lavorasse per il Comune di Piacenza.

La realtà, però, è un’altra: da circa quattro anni Blacklemon non ha rapporti professionali con il Comune di Piacenza, con Fondazione Teatri o con Piacenza Expo.

In questi anni abbiamo scelto volontariamente di non partecipare nemmeno alle relative gare e opportunità professionali.
Lo abbiamo fatto per una ragione molto semplice: siamo un’azienda che vive anche della propria reputazione. Ogni volta che il nostro nome veniva associato a polemiche politiche, interrogazioni o richieste di chiarimento, indipendentemente dal fatto che non esistesse alcuna irregolarità, per noi si produceva comunque un danno.

Alla fine abbiamo preferito rinunciare al lavoro.

Dopo avere appreso dalla stampa dell’ennesima richiesta di accesso agli atti che riguardava Blacklemon, abbiamo quindi deciso di esercitare a nostra volta un diritto previsto dalla legge: chiedere agli enti interessati di conoscere quali e quante richieste, interrogazioni e accessi agli atti abbiano riguardato la nostra società.

Non abbiamo chiesto informazioni sulla vita privata di nessuno. Non abbiamo chiesto documenti riservati di altri.
Abbiamo chiesto di conoscere gli atti pubblici che riguardano soltanto noi.

Crediamo sia una distinzione importante.

Come cittadini e come impresa riteniamo di avere il diritto di sapere con quale frequenza il nostro nome sia stato oggetto di richieste agli uffici pubblici e quale ne fosse l’oggetto.

È esattamente il principio che dovrebbe stare alla base di ogni amministrazione pubblica: la trasparenza.

E proprio qui c’è un paradosso che ci colpisce particolarmente.
Noi facciamo comunicazione. E la comunicazione pubblica, prima ancora di essere pubblicità, social media, campagne o eventi, significa informare i cittadini, rendere comprensibili le decisioni, spiegare come vengono utilizzate le risorse pubbliche, facilitare l’accesso alle informazioni.

Significa, in una parola, TRASPARENZA.

Da anni assistiamo invece a una rappresentazione della comunicazione come se fosse quasi per definizione una spesa superflua. Si ritiene normale che un ente pubblico si avvalga di avvocati, ingegneri, architetti, informatici, consulenti del lavoro o commercialisti (com’è giusto che sia) mentre quando acquista professionalmente servizi di comunicazione quella spesa sembra diventare improvvisamente sospetta o inutile.

Noi rivendichiamo semplicemente il valore del nostro mestiere.

La comunicazione è una professione. Richiede competenze, persone, tecnologie, esperienza e responsabilità. E quando è fatta bene permette anche a un’amministrazione pubblica di essere più accessibile, comprensibile e trasparente nei confronti dei cittadini.

Non contestiamo a nessun consigliere il diritto di controllare l’attività dell’Amministrazione. È una funzione importante della democrazia.

Chiediamo però che venga riconosciuto anche a noi un diritto altrettanto semplice: sapere quante volte e per quali ragioni un’azienda privata e i suoi professionisti siano stati chiamati in causa, dopo avere appreso da giornali e giornalisti che la cosa avviene in continuazione.

Dopo quattro anni nei quali abbiamo persino scelto di rinunciare a lavorare con alcune delle principali istituzioni della nostra città pur di sottrarci a continue polemiche, crediamo che porre questa domanda sia non soltanto legittimo, ma comprensibile.

Non chiediamo alcun tipo di privilegio. Non chiediamo il silenzio di nessuno.

Chiediamo TRASPARENZA. La stessa trasparenza che viene giustamente pretesa dagli altri.

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