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“Piacenza voleva diventare una seconda Roma”, successo per la lezione di Antonio Iommelli al PalabancaEventi

L’importanza e il significato delle statue equestri nell’età moderna è stato il tema della brillante lezione tenuta dal direttore dei Musei Civici di Palazzo Farnese, Antonio Iommelli al PalabancaEventi (Sala Panini) nell’ambito delle iniziative collaterali alla mostra “Piacenza e i suoi Cavalli” (di cui il dott. Iommelli è curatore scientifico), che la Banca di Piacenza ha deciso di prorogare fino a domenica 25 gennaio in considerazione del grande interesse che ha suscitato.

Piacenza voleva diventare una seconda Roma

«Piacenza voleva diventare una seconda Roma – ha spiegato il relatore – e il monumento equestre serviva ai sovrani per dirsi discendenti dell’antica Roma, guardando alla statua a cavallo dell’imperatore Marco Aurelio (II secolo d.C., dall’VIII posta davanti a Palazzo del Laterano, nel 1538 trasferita da Papa Paolo III in piazza del Campidoglio, dove ora c’è una copia; l’originale è conservata ai Musei Capitolini, ndr)».

Ranuccio I Farnese (duca di Parma e Piacenza dal 1592 fino alla morte avvenuta nel 1622), figlio di Alessandro, aveva l’esigenza di far erigere un monumento al padre per affrancare la casata insidiata dal pericolo di sempre latenti congiure, tanto che l’ingresso a Piacenza della moglie Margherita Aldobrandini fu più volte rimandato.

Dopo aver scartato la proposta del Malosso (una colonna con alla sommità il duca Alessandro con la spada, in una posa che ricorda la statua di Ferrante Gonzaga a Guastalla che – ha ricordato il dott. Iommelli – fu colui che armò i piacentini nella congiura contro Pier Luigi, e questo non piacque a Ranuccio) fu scelto il Mochi. Per quale motivo?

«Intanto perché era toscano e i toscani erano considerati i migliori», ha argomentato il direttore dei Musei Civici, e poi perché veniva da Roma («i Farnese pagavano gli artisti, come ad esempio Lanfranco, perché si recassero a Roma ad aggiornarsi»), dove ebbe come protettore Mario Farnese, che lo sostenne e fece da tramite per la committenza piacentina (dopo che gli aveva procurato l’incarico dal vescovo di Orvieto per realizzare la scultura dell’Annunciazione).

Bisognava fare qualcosa di moderno

«Mochi – ha proseguito il dott. Iommelli – convinse Ranuccio che bisognava fare qualcosa di moderno, e allora le statue equestri erano di moda».

L’artista di Montevarchi, che operò a Piacenza dal 1612 al 1629, in quegli anni fece due viaggi per documentarsi: in Veneto, dove vide tutti i cavalli disponibili in scultura, da quelli di San Marco, al capolavoro di Donatello (il Gattamelata a Padova), e risolse così alcuni dei problemi artistici, ma anche statici e di fusione che lo angustiavano. Mochi iniziò anche ad ispirarsi al Giambologna («suo il monumento equestre a Cosimo I de’ Medici a Firenze») che lavorò spesso in tandem con Pietro Tacca.

Dopo aver mostrato diversi esempi di come l’arte equestre avesse “contaminato” anche la pittura, il dott. Iommelli ha concluso la sua lezione ricordando il ritorno a Roma (1629) di Francesco Mochi, dopo aver concluso i Cavalli di Piacenza («da cui ebbe la cittadinanza onoraria e dove nacquero cinque dei suoi otto figli»). Un ritorno non semplice, con l’ostilità del Bernini e l’irritazione di Barberini (nel frattempo diventato Papa), che non gli aveva perdonato il non completamento della splendida statua, iniziata in gioventù, della Santa Marta per la Cappella Barberini in Sant’Andrea della Valle. Dopo aver concluso la Santa Marta, nel 1640 realizzò la Santa Veronica per uno dei pilastri della cupola di San Pietro in Vaticano, da considerarsi il suo capolavoro della vecchiaia.

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