L’azione critico – creativa di Alberto Esse alla Galleria Nazionale di Roma

Sabato 30 dicembre 2017 ore 15.15. All’interno della mostra “è solo un inizio. 1968” allestita alla Galleria Nazionale e dedicata all’arte del ‘68 Alberto Esse comincia la propria azione critico-creativa. A partire dalla terza sala dove è esposto il mare di Pascali, getiando in aria alcuni volantini (1 testo) e lanciando a voce alta lo slogan “ce n’est quun début, le combat continue…” Dopo alcuni minuti di disorientamento viene raggiunto da alcuni addetti alla custodia che lo invitano in modo pressante a desistere dalla sua azione. [Dalla registrazione audio della performance] ALBERTO ESSE: “Non può toccarmi…è una performance”, ADDETTI: “Non può lanciare fogli”, A.S.: Ce n’est quun.. beh li distribuisco allora.”, AD.: “Non può lanciarli per aria!”, A.S.: ”Ecco li distribuisco… ce n’est quun début, le combat continue…, …prego signora.”, VISITATRICE: “grazie!”. Continuando la propria azione Alberto Esse dopo aver percorso le sale della mostra raggiunge l’atrio della Galleria sempre seguito dagli addetti: AD.:”…prego..deve uscire…deve uscire per cortesia”, A.S.: ”Mi faccia parlare con la direttrice.” AD.: “No, non c’è la direttrice”, A.S.: “Mi faccia parlare con un responsabile.” AD.: “Venga, venga, esca che queste cose qui non le può buttare…non si fanno queste cose”, A.S.: “Io non le butto, le sto dando” AD.: ”No, no, chiamiamo i carabinieri… […] … Non può neanche darle…”, A.S. ”Perché non posso darle?”, AD.: “Perché in mostra ci sono i nostri depliant…questo qui non c’entra niente”

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A questo punto l’autore della performance lanciando lo slogan “Ce n’est quun début continuons le combat contre la repression artistique” si accinge a spostare la sua azione all’esterno della Galleria non senza prima chiedere: ”Posso almeno respirare?” “Sì, lei può respirare…però respiri di fuori”.

La performance continua fuori dalla porta di ingresso della Galleria. Viene steso per terra, su un gradino, un fazzoletto rosso sopra al quale vengono posizionate alcune pubblicazioni sull’argomento dell’autore che comincia la distribuzione del volantino di critica alla mostra ai visitatori che stanno per entrare in Galleria ma viene di nuovo raggiunto da alcuni addetti che lo invitano a spostarsi anche da lì, per una questione di decoro. Dopo febbrili trattative a cui partecipa via telefono anche il responsabile amministrativo (?!?), viene raggiunto il compromesso con cui l’azione può continuare ma fuori dalle colonne (tre gradini più in giù!) dove “hic sunt leones”.

*Ovviamente l’interlocutore/obbiettivo della performance non sono gli addetti della Galleria costretti ad uno spiacevole ruolo dal sistema burocratico e sclerotico che gestisce gli spazi ed i “palazzi” dell’arte contemporanea (ai quali addetti, come lavoratori, va la comprensione ed il rispetto dell’autore) ma sono, da un lato, i visitatori presenti come fruitori e dall’altro sia la curatrice della mostra che la direttrice della Galleria Nazionale come responsabili delle scelte artistico culturali qui criticate. Scelte che non riguardano solo le esclusioni ed i contenuti ma anche un metodo espositivo dell’arte povera, concettuale e dell’arte del ’68 di tipo museificante più attento ai valori commerciali delle opere che al loro significato artistico. Per esempio la concettuale Palla Rossa di De Dominicis è esposta INCOLLATA al pavimento e senza avere accanto l’indispensabile cartellino “Palla di Gomma (caduta da due metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo”. I neon del “Monument for V. Tatlin” di Dan Flavin sono tristemente spenti e diverse opere d’Arte Povera degli anni ‘60 fatte con materiali deperibili sono presentate come originali, mentre sono necessariamente rifatte, senza che per correttezza fosse indicato.

(1 testo del volantino distribuito)

“Alberto Esse

LE COMBAT CONTINUE

Questa non è un mostra sull’arte del ’68. Questa è una mistificazione che intende dettare la linea per le prossime mostre sull’argomento organizzate dai chierici dell’attuale sistema dell’arte basato su mercato e finanza.

Questa mostra è una mistificazione perché lascia fuori volutamente alcuni dei nomi più significativi e scomodi dell’arte di quel periodo, ma soprattutto perché ignora volutamente le caratteristiche e i tratti fondanti di quella che viene definita “arte del ’68” preferendo concentrarsi su una serie di nomi civetta e di movimenti artistici, allora, non centrali ed oggi consolante merce d’asta. Quello dell’arte del ’68 è un fenomeno certamente complesso ed articolato in cui possiamo anche includere, per ragioni cronologiche, di coincidenze e contiguità, alcuni espressioni d’arte ed artisti facenti capo al minimalismo al concettualismo ed in particolare all’Arte Povera (la prima però quella che Celant con furbizia ha definito a priori/posteriori “arte di guerriglia”).

ARTE DEL’68

Questo non può, tuttavia, assolutamente farci dimenticare che gli elementi fondanti dell’arte del 68 furono altri:

– Un forte rinnovamento linguistico sul piano formale con il conseguente passaggio di interesse dall’opera/feticcio in sé al processo della sua produzione.

– L’inconciliabile critica alla cosiddetta “avanguardia da salotto”, al mercato dell’arte di sistema con la conseguente ricerca sperimentale di nuove forme di manifestarsi dell’opera d’arte in spazi nuovi e diversi da gallerie e musei.

– Una riflessione profonda sulla figura e sul ruolo dell’artista(“il giullare”) e dell’arte nella società storicamente data e sulla necessità di un profondo rinnovamento di questi ruoli.

– Una decisa critica alla società dei consumi in particolare alla manipolazione dei media di comunicazione

– Una visione antiistituzionale e rivoluzionaria che legava strettamente arte e società, arte e politica e che era in connessione con i movimenti di lotta di quegli anni anche attraverso forme creative e performative di contestazione.

Nella mostra di tutto ciò non rimane che l’aspetto del rinnovamento formale all’interno, però, di una deviante reificazione reaurizzante di opere e nomi al servizio dell’attuale arte contemporanea in così gran parte “frù frù”

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