“L’aveva detto la mia Nadia, la malattia che le era capitata l’aveva chiamata ‘dono’ e non era stata capita. L’aveva chiamata così perché le aveva fatto vedere che al di là delle cose materiali c’era qualcosa di molto più alto”. Margherita Rebuffoni, madre di Nadia Toffa, è stata ospite alla Cattolica per l’appuntamento conclusivo della Giornata del Dono. Nadia, giornalista e storica conduttrice della nota trasmissione “Le Iene”, è morta il 13 agosto 2019 a causa di un tumore al cervello. Dopo il suo decesso, la famiglia ha creato la fondazione “Nadia Toffa” che si occupa tra le altre cose di sostenere economicamente la ricerca contro il cancro. Margherita è stata ospite all’Università Cattolica per parlare della sua Nadia in un incontro dall’evocativo titolo “Trasformare il dolore in dono”. Concetto che Nadia aveva concretizzato totalmente: aveva pronunciato persino quella frase poi tanto discussa, definendo la propria malattia un dono. La mamma di Nadia ha voluto chiarire cosa intendesse.
“Lei lo diceva: nessuno vuole un tumore nella testa. Ma allo stesso tempo quel tumore l’aveva cambiata dentro, facendole conoscere altre prospettive nella vita: l’aiuto verso gli altri, la solidarietà, l’essere di supporto agli ultimi e ai più deboli. Le sue inchieste sono state toste anche per questo. Ecco perché l’ha chiamato ‘dono’, perché l’ha cambiata tantissimo”.
“Per me portare avanti questo suo messaggio è fondamentale perché è stata lei a chiedermelo. Prima di andarsene mi aveva lasciato tante cose sul suo computer, tante cose che avrebbe voluto fare. Mi ha lasciato tanti testi e da questi, per ora, abbiamo tratto due libri “Non fare i bravi” e “Ti aspetterò tutta la vita”. Adesso stiamo vagliando di riuscire a pubblicarne un altro, però l’editoria sta attraversando un momento difficile”.
I soldi raccolti con questi libri vanno alla ricerca sul cancro: la fondazione ha regalato all’ospedale di Brescia 200 mila euro per l’acquisto di un neuronavigatore, uno strumento che permette ai chirurghi di vedere nel migliore dei modi le proprie mani durante un intervento, facilitando così il loro lavoro. Uno strumento che serve anche in fase di prevenzione.
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