“Te stai dentro che qua fuori è un brutto mondo”, come ricorda una celebre battuta del film Radiofreccia. Oggi quella frase suona terribilmente vera. E forse, ancora più terribile, è che ci stiamo abituando. È accaduto il due aprile a Piacenza, dove un uomo ha perso la vita sui binari mentre si recava al lavoro.
Non stava facendo qualcosa di straordinario: stava semplicemente andando al lavoro. Come ogni giorno. Come tanti. Eppure, sotto la notizia, sono comparsi commenti a dir poco agghiaccianti: “io porto vino e salame” accompagnato da faccine che ridono, “risorsa o piasentin?”, “un altro furbone che poi crea problemi a chi lavora e va a scuola”. Inizia così la nota di Michela Cucchetti, segretaria cittadina a nome della comunità del Partito Democratico.
Parole che fanno male perché raccontano qualcosa di ancora più profondo della tragedia stessa: raccontano quanto stiamo diventando impermeabili al dolore degli altri. E invece anche lui stava andando a lavorare, in quei luoghi dove spesso sei solo un numero.
Dove devi correre per arrivare in orario, perché sai che se perdi quel posto ci sarà subito qualcun altro pronto a sostituirti. Dove sei uno dei tanti, invisibile, mentre provi a ritagliarti un piccolo spazio in una società che troppo spesso non ti vuole davvero, ma che ha bisogno di te. E se succede qualcosa, diventi un “danno collaterale”.
Peggio: diventi un fastidio. Qualcuno che “non doveva essere lì”. Questo non è accettabile. E non possiamo limitarci all’indignazione di fronte all’ennesima tragedia. Perché questa non è solo una fatalità.
Negli anni il nostro territorio è stato profondamente trasformato da grandi insediamenti della logistica. Uno sviluppo che ha portato lavoro, ma anche nuove fragilità, nuovi rischi, nuove disuguaglianze. Di fronte a tutto questo serve chiarezza: chi opera e investe sul nostro territorio ha anche una responsabilità sociale. Una responsabilità che significa collaborare con le istituzioni, con le rappresentanze dei lavoratori e con la comunità per garantire condizioni di lavoro dignitose e sicure.
Servono trasporti adeguati ai turni di lavoro. Servono collegamenti sicuri. Servono organizzazione e ascolto. Servono scelte concrete. Non è più rinviabile un confronto stabile tra aziende, enti locali e rappresentanze dei lavoratori per costruire soluzioni vere: dai piani di mobilità casa-lavoro alle navette dedicate, fino a un ripensamento complessivo dell’accessibilità ai poli produttivi.
Non si tratta di cercare un colpevole, si tratta di riconoscere una corresponsabilità e, soprattutto, di assumersi il dovere di cambiare le cose. Perché il punto è questo: sì, fuori è un brutto mondo. Anzi, a volte sembra un mondo durissimo.
Ma non possiamo più permetterci di “stare dentro”. Non possiamo restare nella nostra zona di comfort, fingendo che questi problemi non ci riguardino. Ci riguardano tutti. E riguardano il tipo di comunità che vogliamo essere. Perché nessuno dovrebbe morire andando a lavorare e nessuna vita può essere trattata come se non contasse.
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