Attualità

Tragedia della Pertite: “Non fu mai fatta piena luce, tra l’ombra dell’attentato e il drammatico incidente”

“Anno dopo anno, onorare la memoria delle donne e degli uomini che persero la vita nello stabilimento della Pertite l’8 agosto del 1940 significa, per la nostra comunità, tributare il proprio omaggio alle vittime del lavoro e alle vittime civili di guerra. Quelle che ci hanno insegnato a chiamare, con malcelati eufemismi, “morti bianche” quando avvengono tra cantieri e catene di montaggio, “danni collaterali” nello scenario di un conflitto: ma davvero crediamo che una sfumatura del linguaggio attenui il dolore, cancelli l’indignazione o possa ammantare di candore la coscienza di un Paese civile e consapevole?”.

Con queste parole il sindaco Katia Tarasconi si è espressa durante la cerimonia per l’85esimo anniversario della tragedia della Pertite.

IL DISCORSO DEL SINDACO TARASCONI

La nostra storia ci pone questo interrogativo da 85 anni, da quando due esplosioni ravvicinate colpirono al cuore una fabbrica in cui 1500 addetti si guadagnavano con onestà il salario caricando proiettili, maneggiando polvere da sparo e materiale altamente instabile, pericoloso: 47 persone rimasero uccise nello scoppio, i feriti furono 700.

“Una tragedia su cui non fu mai fatta piena luce”

Una tragedia su cui, nel connivente silenzio del regime, non fu mai fatta pienamente luce, sospesa tra l’ombra dell’attentato a un’industria bellica fiorente mentre l’Italia entrava in guerra e la fatalità – che non è mai tale sino in fondo, ma evoca sempre responsabilità e omissioni – di un drammatico incidente.

Già 12 anni prima, nel settembre 1928, un altro boato nel ventre della Pertite aveva inghiottito 13 vite e causato il ferimento di tre persone. Un evento destinato purtroppo a ripetersi in proporzioni ancor più devastanti, di cui quotidianamente possiamo ritrovare l’eco nella normalità inaccettabile delle cronache: il ribaltamento di un cestello a 20 metri d’altezza senza casco né imbragature di supporto, il crollo di una gru per l’utilizzo di un braccio meccanico inadeguato, le esalazioni letali di una fossa biologica pulita senza indossare alcuna protezione, come è successo solo pochi giorni fa a due giovani operai egiziani in una villa veneta.

Oggi come a Marcinelle, in quell’8 agosto del 1956 che è assurto a simbolo del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo, in memoria dei 136 connazionali tra i 262 minatori che non sarebbero più riemersi dall’incendio divampato nel giacimento belga di carbone che rappresentava, per ciascuno di loro, la speranza di costruire un futuro per sé e per le proprie famiglie.

Nella mancanza di tutele si sgretolano la dignità

Perché è questo, ciò che viene meno ogni volta. Nella mancanza di tutele si sgretolano la dignità e il riconoscimento della fatica, si calpestano sogni, progetti e legami, si subordinano i diritti fondamentali agli interessi economici: risparmiando sulla sicurezza, si lucra sul destino delle persone. E nel ritrovarci qui, di fronte alla stele che ha inciso nel marmo il ricordo sempre presente della tragedia di via Emilia Pavese, ne riascoltiamo commossi il monito, provando a immaginare tutto ciò che quelle deflagrazioni, in un caldo pomeriggio d’estate, hanno distrutto dentro e fuori dalla fabbrica.

Lo facciamo appellandoci a valori e ideali sanciti dalla nostra stessa Costituzione, mentre il pensiero corre alle troppe volte in cui vediamo sviliti i princìpi della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” e il fragore delle esplosioni lontane nel tempo evoca altre bombe, fronti di guerra in cui si consumano migliaia di esistenze innocenti. Nel nome delle vittime della Pertite, sentiamoci più che mai uniti nel chiedere pace, nel chiedere verità e giustizia, nel chiedere rispetto della vita.

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