Attualità

Le parole di un figlio alla madre: “Non vengo in Italia, voglio crescere i miei bambini nella nostra terra”. Piacentini e ucraini insieme sul Facsal per dire no alla guerra – AUDIO e FOTO

Quasi un migliaio di persone ha raggiunto il Pubblico Passeggio per dire no alla guerra in Ucraina. Una mobilitazione organizzata da Piacenza Solidale e alla quale hanno aderito numerose associazioni del territorio. Un sit-in per chiedere che le istituzioni si attivino, perché no, anche a partire dal nostro piccolo territorio.

“Si inizia con la cultura, con la scuola. Fin dalle elementari dobbiamo insegnare l’importanza della pace e della non violenza”, spiegano gli organizzatori.

Oltre a tanti piacentini erano presenti anche numerosi cittadini di origini ucraine, tra cui Natalia e Olga. Due donne di generazioni differenti, che hanno vissuto l’Ucraina in tempi differenti: entrambe accomunate dalla paura per i propri familiari che ancora si trovano nel proprio Paese.

Cosa possono fare queste mobilitazioni anche in città piccole come la nostra Piacenza?

“Ogni piccolo fa il grande. Oggi a Piacenza, ieri a Bologna e Milano. E’ importante richiamare la necessità di pace. Il nostro Paese ha conquistato l’indipendenza tanti anni fa con fatica e adesso questa guerra ci porta indietro di trent’anni. Viviamo con angoscia questa situazione, perché non sappiamo dove Putin voglia arrivare: non facciamo parte dell’Europa perché non riusciremmo nemmeno a farne parte, ma siamo comunque in Europa e non possiamo pensare di tornare all’Unione Sovietica e ai muri”, spiega Natalia.

Riuscite a restare in contatto con i vostri familiari?

“Abbiamo figli, genitori, fratelli, nipoti. Nessuno ha lasciato l’Ucraina. Noi che abbiamo qualche anno di più abbiamo passato la dittatura e non vogliamo che torni, vogliamo che i nostri figli siano liberi”, spiega Olga. “Questa mattina ho parlato con mio figlio e ancora gli ho proposto di raggiungere l’Italia. Lui però non vuole: ‘Non posso, non voglio, perché voglio stare a casa mia e crescere i miei figli a casa mia, nella mia terra’. Io voglio davvero ringraziare tutti i piacentini, sono qui da 25 anni e non ho mai trovato nessuno che mi abbia fatto del male”.

“Il nostro presidente è rimasto a Kiev, non ha lasciato il Paese. E’ il presidente che abbiamo scelto e non posso pensare che il nostro prossimo presidente sia scelto da Putin”.


Qualche battibecco

E’ difficile delineare la situazione in maniera netta e precisa. Il popolo ucraino ha idee e retaggi differenti: non tanto verso la Russia, ovviamente, quanto piuttosto verso Onu, Nato e Stati Uniti.

“La Nato deve restarne fuori, non deve intervenire”, chiosa uno degli organizzatori, italiano, durante il comizio. Parole che infiammano una donna ucraina presente al sit-in: “Ma cosa dite, se non fosse per la Nato non ci sarebbe più nessuno nel nostro Paese. Sono stanca di sentire tutte queste banalità e questa retorica”.

A quel punto compare un signore, anch’egli italiano, non tra gli organizzatori (è bene dirlo), che attacca la signora: “Il problema in Ucraina sono i fascisti”, grida, tra lo sconcerto e l’incredulità dei presenti.

“In che senso, scusi, cosa c’entrano i fascisti? Io sono fascista secondo lei?”, risponde la donna.

“Non lo so, però ci sono le milizie di destra”, continua il signore piacentino, sollevando con queste parole anche l’ilarità dei presenti. “Se non conosce la situazione del suo stesso paese non so cosa farci”, conclude laconico l’uomo, evidentemente esperto di geopolitica (quella da bar, si intende). E giù insulti alla donna, come se non bastasse l’angoscia per le sorti del proprio paese e dei propri familiari.

Ma questi sono siparietti che un cronista deve riportare perché fanno parte di queste manifestazioni di popolo. La verità è che, in questa situazione, se a un presidio di questo tipo partecipano convinti anche gli stessi cittadini ucraini, significa che era doveroso organizzarlo. Perché la situazione non si sbloccherà certo a Piacenza, ma comunque, come diceva Natalia: “Ogni piccolo fa il grande. Oggi a Piacenza, ieri a Bologna e Milano”.

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