Attualità

Piacenza iceberg, due ore dentro il visibile e il sommerso della città con Luigi Centenaro e Stefano Torre

Piacenza non è solo ciò che si vede. È anche — e forse soprattutto — ciò che resta sotto la superficie.

Da questa immagine semplice e potente ha preso forma, ieri negli spazi di Rosso Tiziano Arte, nella ex chiesa di San Nazaro e Celso, la prima conferenza del ciclo Piacenza Iceberg, che ha registrato una partecipazione numerosa e trasversale, con una sala gremita e un pubblico attento per oltre due ore, dalle 17.30 alle 19.30.

Un risultato tutt’altro che scontato, per un format che unisce divulgazione culturale e narrazione, portando alla luce — livello dopo livello — storie, simboli e contraddizioni dell’identità piacentina, tra memoria, arte, mistero e racconto popolare.

Piacenza racconta, o forse Piacenza iceberg: due ore dentro il visibile e il sommerso della città

Si è tenuta ieri, 19 marzo 2026, negli spazi di Rosso Tiziano Arte, nella ex chiesa di San Nazaro e Celso in via Taverna, la prima conferenza del ciclo dedicato a una Piacenza letta come un iceberg: una città che mostra in superficie solo una piccola parte di sé e che invece, sotto la linea dell’acqua, custodisce storie, simboli, misteri, memorie popolari, errori, leggende e perfino ossessioni. Un modo di guardare la città che prende spunto da un immaginario oggi molto diffuso sul web, soprattutto nei meme prodotti dai più giovani, ma che qui è stato trasformato in un vero strumento narrativo e culturale.

Centenaro e Torre

A guidare il pubblico in questa discesa nei vari livelli dell’iceberg sono stati Luigi Centenaro, ideatore del format, e Stefano Torre, in una formula che ha saputo tenere insieme divulgazione, ironia, intuizione, provocazione e partecipazione viva della sala. Il risultato è stato evidente fin dai primi minuti: la sala di Rosso Tiziano era piena, con un pubblico eterogeneo per età e sensibilità, dall’anziano al giovane, e soprattutto attentissimo fino alla fine, nonostante la durata della conferenza abbia superato il previsto, estendendosi dalle 17.30 alle 19.30. Due ore fitte, ma leggere. Due ore in cui si è riso, si è applaudito, si è intervenuti. E non è poco: oggi tenere desta una sala per due ore è quasi un miracolo laico, più raro di certe apparizioni.

La struttura della conferenza era dichiaratamente a livelli. Dopo l’introduzione sul progetto e sull’idea stessa dell’iceberg, i relatori hanno iniziato il loro percorso dai primi emblemi forti dell’identità cittadina, seguendo una scaletta precisa che ha intrecciato reperti archeologici, capolavori d’arte, enigmi moderni, storie urbane e memorie popolari.

Il Fegato etrusco

Il primo grande approdo è stato il Fegato etrusco di Piacenza, rinvenuto nel 1877, bronzo straordinario databile tra II e I secolo avanti Cristo, letto nella conferenza non come semplice curiosità archeologica ma come vero nodo simbolico. Il fegato, infatti, è stato presentato come mappa del cielo, strumento rituale per l’epatoscopia, superficie nella quale il mondo antico cercava di leggere il divino attraverso il corpo. In altre parole, si è mostrato come per gli antichi il destino non fosse un’astrazione, ma qualcosa che si toccava, si interrogava, si interpretava nella carne stessa del vivente. È stata una partenza fortissima, perché ha messo subito in chiaro il taglio della serata: non un semplice elenco di curiosità piacentine, ma un viaggio nei modi con cui una città può pensare sé stessa e il proprio rapporto con il mistero.

Il Tondo di Botticelli

Dal bronzo etrusco si è passati al Tondo di Botticelli, o meglio all’opera di ambito botticelliano conservata a Palazzo Farnese, introdotta come secondo gradino dell’iceberg. Qui il discorso si è spostato dalla divinazione alla bellezza. Il tondo, con la sua forma circolare, è stato letto come figura di perfezione, di eternità, di compimento.

Ma il punto più interessante è stato un altro: la sua provenienza incerta, visto che non si sa con precisione come il Comune di Piacenza ne sia entrato in possesso. Proprio questa incertezza è diventata tema. Non sapere fino in fondo da dove venga un’opera non la svilisce: semmai la carica di ulteriore forza simbolica. Un’immagine senza origine del tutto chiara continua a parlare, forse proprio perché ci obbliga a colmare il vuoto con la domanda. E qui si è sentito molto bene il tono della conferenza: non la pedanteria del catalogo, ma il gusto dell’enigma.

Ritratto di Signora di Klimt

Il terzo passaggio ha riguardato il Ritratto di Signora di Klimt, il celebre quadro oggi a Piacenza, dipinto tra il 1916 e il 1917, rubato nel 1997 e ritrovato nel 2019, con in più il dettaglio affascinante del doppio dipinto, uno nascosto sotto l’altro. La conferenza lo ha trattato come un caso in cui l’identità si sdoppia e l’immagine smette di essere un volto per diventare quasi una ferita del visibile. Un quadro che sparisce, ritorna, e nel frattempo custodisce un altro quadro sotto la propria pelle: quasi una metafora perfetta dell’intera idea di Piacenza iceberg.

Non solo. La vicenda del furto è stata letta anche dal punto di vista del marketing territoriale e culturale. Un’opera fino ad allora poco nota al grande pubblico è diventata, proprio attraverso la sua scomparsa e il suo ritrovamento, una delle immagini più riconoscibili della città. Il suo valore economico è cresciuto in modo esponenziale — da circa due milioni a decine di milioni — ma soprattutto è diventata un polo di attrazione turistica. Un caso quasi paradossale: una “operazione” che, senza investimento economico diretto, ha prodotto un enorme ritorno in termini di visibilità, curiosità e interesse.

Madonna Sistina di Raffaello

Il quarto argomento forte è stato la Madonna Sistina di Raffaello, realizzata tra il 1512 e il 1513 per l’abbazia di San Sisto e poi venduta nel 1754 ad Augusto III di Sassonia. Questo è stato uno dei punti culturalmente più densi della conferenza, perché ha permesso di toccare il tema delicato del rapporto tra sacro, economia, perdita e identità cittadina. I relatori hanno insistito sul fatto che la causa più attendibile della vendita non va cercata in comode leggende consolatorie, come terremoti o alluvioni e relativi danni, ma piuttosto in una difficoltà economica del monastero e in una probabile cattiva gestione amministrativa.

Qui il tono si è fatto quasi polemico, e giustamente: perché quando una città perde un capolavoro simile non perde soltanto un bene artistico, ma una parte della propria postura spirituale e simbolica. La Madonna Sistina non è stata raccontata come un semplice capolavoro emigrato: è stata raccontata come una sottrazione, una ferita, una decisione storica le cui conseguenze continuano a riverberare nel modo in cui Piacenza percepisce la propria grandezza e le proprie mancanze.

Il fenomeno delle “macchine capottate”

Da qui la conferenza ha continuato a scendere nei livelli successivi dell’iceberg, aprendo il capitolo delle macchine capottate, lette come fenomeno urbano quasi rituale, episodio apparentemente minore ma in realtà rivelatore di una dimensione cittadina in cui il reale, a volte, sembra inclinarsi fino a ribaltarsi. È uno di quei temi in cui la città contemporanea smette di essere pienamente razionale e lascia intravedere il suo lato grottesco, misterioso, quasi mitologico.

Subito dopo è arrivata la gabbia sul campanile del Duomo, evocata come strumento di esposizione e monito, punto in cui il potere religioso e quello civile si incrociano nella costruzione pubblica della paura. La gabbia non è stata letta solo come reperto curioso, ma come oggetto che racconta una società in cui il corpo del colpevole diventava spettacolo e avvertimento. Una pedagogia crudele, ma chiarissima: il peccato e la colpa dovevano essere visti.

Il Cinema Roma

Più avanti, entrando in un livello ancora diverso del racconto cittadino, si è giunti al Cinema Roma, e qui la conferenza ha vissuto uno dei suoi momenti più belli. Dal palco si stava tratteggiando la parabola di questo luogo — prima cinema popolare, poi spazio sempre più marginale, fino alla deriva delle luci rosse — quando dalla sala un anziano signore ha chiesto il microfono ed è intervenuto per aggiungere un tassello prezioso. Non una correzione, ma un vero dono di memoria.

Ha ricordato infatti che il Cinema Roma era soprattutto il cinema della seconda visione, e cioè quel cinema che aveva un significato sociale fortissimo in un’epoca in cui la seconda visione costava meno della prima e consentiva anche a chi disponeva di pochi soldi di vedere ugualmente i film. Non solo: ha anche raccontato che, nel periodo d’oro della nascita della televisione, il cinema trasmetteva Lascia o raddoppia? non sul grande schermo, ma attraverso numerosi televisori disseminati nella sala, e soltanto dopo, in uno spettacolo a notte ormai inoltrata, arrivava la proiezione del film.

È uno di quei dettagli che valgono un saggio intero: raccontano un’Italia in cui il desiderio di partecipare, di stare insieme, di condividere immagini e speranze era una forma concreta di civiltà popolare. Per un istante, il Cinema Roma è riemerso non come aneddoto pittoresco, ma come luogo di democrazia culturale.

Il ramarro portafortuna e tante altre curiosità

La conferenza ha poi affrontato altri nuclei fortemente identitari del racconto cittadino: il ramarro portafortuna scolpito sul bugnato delle Poste in via Sant’Antonino, toccato da generazioni di piacentini come gesto apotropaico; le storie legate a Bettola e alla figura, discussa e leggendaria, di Colombo Bettolese; e infine il capitolo delle devozioni popolari, con la Madonna della Quercia di Bettola e la Madonna del Pero di San Damiano.

Proprio attorno a quest’ultima vicenda è emersa anche la figura di Nello Vegezzi, ricordato non soltanto per l’episodio singolare del pero che avrebbe voluto tagliare, finendo però per abbattere la pianta sbagliata, ma soprattutto come una delle personalità artistiche e poetiche più rilevanti della seconda metà del Novecento italiano. In questo racconto, quasi da parabola paesana e insieme metafisica, è affiorata anche una morale implicita: la realtà resiste spesso ai nostri progetti, e perfino gli uomini di grande intelligenza e sensibilità possono inciampare nel dettaglio concreto. Quanto a Vegezzi, resta forse anche questo il suo limite più piacentino e più struggente: essere stato grande senza riuscire davvero a esportare fino in fondo la propria grandezza fuori dalla città.

L’identità della città

Ed è stato proprio questo uno dei meriti maggiori della serata: aver mostrato che l’identità di una città non si costruisce soltanto attraverso i monumenti celebrati nei dépliant, ma anche attraverso gli scarti, le seconde visioni, le storie minori, gli oggetti storti, le leggende che resistono, le memorie che il pubblico porta con sé e restituisce. La conferenza, da questo punto di vista, non è stata una lezione dall’alto, ma una costruzione condivisa.

Ogni tanto una battuta alleggeriva la densità dei contenuti, ogni tanto una frase provocava un applauso quasi inatteso, ogni tanto qualcuno interveniva dalla sala per aggiungere un dettaglio. E così il format ha dimostrato di avere già una sua forza precisa: non museale nel senso polveroso del termine, ma viva, porosa, aperta, dialogica.

Alla fine, moltissimi presenti si sono fermati per fare i complimenti personalmente a Luigi Centenaro e a Stefano Torre, segno concreto di una serata riuscita non solo in termini di partecipazione numerica, ma di vero coinvolgimento. Quando una conferenza finisce e la gente non scappa verso il parcheggio, ma si trattiene per parlare, allora vuol dire che qualcosa è accaduto davvero.

Il ciclo, naturalmente, non si ferma qui. La prossima puntata è già fissata per il 9 aprile 2026, sempre alle 17,30, e promette di spingere ancora più in profondità lo scandaglio dentro il ghiaccio di questo iceberg piacentino. Perché la sensazione, dopo questo primo incontro, è chiara: Piacenza ha ancora molto da raccontare, ma soprattutto ha ancora molto da lasciarsi raccontare in modi non ovvi, non addomesticati, talvolta persino non allineati alla narrazione ufficiale.

Ed è forse proprio lì che la città, per un momento, smette di essere cartolina e torna a essere destino.

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