“La realtà è che la morte sul lavoro è semplicemente morte: non ha colore, né un’accezione civile. E non può essere accettata, in alcun modo e in nessun tempo, come effetto o danno collaterale”. Queste le parole pronunciate dal vicesindaco Matteo Bongiorni in occasione della cerimonia di commemorazione della tragedia della Pertite.
Una colonna di fumo sopra i depositi in fiamme. Detriti, sabbia e polvere gialla da sparo sulla via Emilia, sull’Infrangibile, tra le case di Sant’Antonio e Borgotrebbia.
Una coltre nera che, oltre a ferire la nostra comunità in modo indelebile, ha coperto il cielo di omertà e sempre oscurato la verità sull’accaduto. E la violenza dei suoni, nel silenzio di un pomeriggio d’agosto: il boato degli scoppi, i vetri infranti.
Poi le sirene dei soccorsi, il vociare composto e assordante dei familiari, colleghi e amici accorsi lì e assiepati fuori dallo stabilimento della Pertite di cui, quotidianamente, varcavano i cancelli 1500 tra lavoratrici e lavoratori. Di cui possiamo percepirne l’eco ancora oggi.
Persero la vita 47 persone quel giorno. Con oltre 500 feriti, nelle due ravvicinate esplosioni che si susseguirono in pochi istanti, alle 14.42 di giovedì 8 agosto 1940.
86 anni dopo, nel tributare l’omaggio della comunità piacentina a ciascuno di loro, siamo ancora qui a chiederci cosa non abbiamo saputo imparare e cosa non sia cambiato nel corso dei decenni.
Che il lavoro, come le armi, può essere strumento di morte. E che l’omertà può uccidere due volte. Anche in un’operosa città di provincia come la nostra, dove la fatica di un mestiere onesto resta un valore fondamentale, come lo era per le donne e gli uomini che caricavano proiettili e fabbricavano ingranaggi di guerra per lo stesso pane.
Del proprio lavoro si poteva essere vittima allora – come era accaduto tra i capannoni della Pertite solo 12 anni prima, nel settembre del 1928, quando si contarono 3 feriti e 13 caduti tra gli operai vittime di un’altra, fatale deflagrazione – e si è continuato a esserlo in ogni parte del mondo.
Come in Belgio, esattamente 70 anni fa, dove 262 uomini hanno perso la vita tra il carbone, nel ventre della terra: un altro 8 agosto, quello del 1956, di cui oggi celebriamo il ricordo nella Giornata del Sacrificio del lavoro italiano del mondo, perché 136 di quei minatori erano nostri connazionali. E che è stata proclamata dall’Unione Europea giornata europea in memoria delle vittime del lavoro.
“Sono venuto per lavorare, non per morire / quattro figli e una moglie a carico / una cassa di zinco per ritornare”, scriveva Francesco Guccini in una canzone-dialogo con Enzo Avitabile, dedicata proprio alle morti bianche. Che quel candore, però, non l’ebbero e non l’avranno mai.
Una morte nera di fumo e bianca d’amore, come le mani di Una miniera, commovente canzone composta dei New Trolls pensando anche alla tragedia di Marcinelle.
Marrone di terra, ogni qualvolta un agricoltore viene schiacciato dal peso di un trattore o un bracciante, magari proprio nella fertile pianura Padana a pochi chilometri da qui, si accascia nella primavera della sua vita in un campo bruciato dal sole.
Grigia di polvere per un operaio edile che cade da un ponteggio, o unta di grasso nell’abbraccio che stritola di un macchinario metalmeccanico.
Tra le lamiere di un camion, o ruvida di asfalto nell’urto di chi viene sbalzato a terra mentre pedala verso un cantiere, un magazzino, la catena di montaggio.
La realtà è che la morte sul lavoro è semplicemente morte: non ha colore, né un’accezione civile. E non può essere accettata, in alcun modo e in nessun tempo, come effetto o danno collaterale.
La Pertite ce lo ricorda, anno dopo anno, richiamandoci all’urgenza di imparare ciò che la storia – quella nostra locale e non solo – ci consegna come insegnamento. Innanzitutto, che la verità è un diritto, ma anche un dovere civico e morale di trasparenza: non aver mai potuto appurare con certezza, in 86 anni, quali furono le cause di quel boato, significa pagare dazio alla viltà e alla censura di un regime vigliacco che continua a lasciare nel limbo dell’ingiustizia una pagina indelebile del nostro passato.
La tragedia cui oggi va il nostro pensiero ci esorta anche a non sovrapporre l’alibi di un’economia da salvare all’investimento crescente nell’industria bellica, perché dietro alla parola riarmo – pronunciata troppo spesso con superficialità – ci sono le migliaia di vittime innocenti che, giorno dopo giorno e in ogni parte del mondo, subiscono le conseguenze brutali e irreversibili della guerra.
Infine, la Pertite ci richiama al fatto che la condizione di lavoratrice o di lavoratore dovrebbe sempre evocare concetti positivi di dignità, tutela dei diritti e responsabilità, progresso e benessere. Perché produzione e profitto non possono essere perseguiti a ogni costo e senza rispetto per la persona, per le comunità e per l’ambiente in cui viviamo.
Con questa consapevolezza, impegniamoci quindi a rendere merito alla nostra Repubblica e alla sua Costituzione, a partire da quel primo articolo, principio fondante su cui poggia la nostra stessa democrazia.
Il lavoro rappresenta un fattore chiave di uguaglianza e libertà: onorare quello, la sua accessibilità e la sua stabilità significa rafforzare le fondamenta della nostra stessa comunità. E renderci un’Italia migliore.
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