Tassare carne e derivati? Sckokai replica a Maloberti: “Contrario a questa soluzione”

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Paolo Sckokai, professore all’università Cattolica della facoltà di scienze agrarie risponde a Giampaolo Maloberti che ha criticato alcune parole espresse dal docente a commento del progetto europeo “Susdiet-Understanding consumer behaviour to encourage a (more) sustainable food choice” intrapreso anche dall’Università Cattolica di Piacenza. “Intanto credo che Maloberti si sia espresso dopo aver ascoltato una mia intervista ripresa da alcuni organi di stampa: intervista, però, riportata solo in parte e dove, quindi, non esprimo completamente la mia posizione”.

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La ricerca parte dalla considerazione che l’allevamento è una pratica che produce una grande quantità di anidride carbonica: abbassare il consumo di carne vorrebbe dire abbassare i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Ma come fare per abbassare il consumo di carne? Tassarla spingerebbe gli italiani a ridurne il consumo passando a cibi vegetali? La ricerca ha detto di sì. “Ma il fatto che io abbia eseguito questa ricerca non significa che io sia d’accordo con il tassare carne e derivati – commenta Sckokai – io ho svolto il mio lavoro di ricercatore e la ricerca ha dato questi dati oggettivi: gli italiani sarebbero disposti a ridurre il consumo di carne se questa venisse tassata. La riduzione di consumo di carne ridurrebbe l’emissione di anidride carbonica nell’aria? Certo, lo dice la scienza. Se devo dirla tutta, però, io sono contrario a tassare la carne e i derivati animali: Maloberti mi attacca, ma io la penso come lui! E vi dico anche perché. Ridurre il consumo e la produzione di carne e derivati porterebbe a una diminuzione dell’anidride carbonica, ma causerebbe altri problemi dal punto di vista ambientale che quindi renderebbero vano lo sforzo. Per una provincia come Piacenza, ridurre gli allevamenti vorrebbe dire indebolire un settore importante, settore che si incarna in numerose aziende presenti nelle zone montane. Ne deriverebbe quindi un impoverimento della montagna stessa e quindi spopolamento e quindi fenomeni come il dissesto o comunque l’abbandono dei terreni. Insomma una catena di fenomeni che per il nostro territorio, e non solo sarebbe deleteria. Io ho eseguito una ricerca che ha dato questi risultati, ma tassare la carne non penso che sia una soluzione”.

Anche Confagricoltura interviene in modo molto critico nei confronti dello studio della Cattolica:

Un’equilibrata politica fiscale su cibi meno sostenibili potrebbe proteggere la salute e abbattere le emissioni generate dai processi di produzione, senza pesare sulle tasche dei consumatori. È quanto emerge dal progetto di ricerca europeo Susdiet – Understanding consumer behaviour to encourage a (more) sustainable food choice, appena concluso. Che il progetto indaghi sulla scarsa efficacia delle informazioni in etichetta ai fini delle scelte dei consumatori, ci sta, come ci sta pure che analizzi gli effetti della tassazione sui prodotti alimentari per ridurre il consumo di bibite zuccherate o quant’altro, ma che «In particolare abbia simulato l’impatto di una tassa sugli alimenti a più alto contenuto di emissioni di CO2, che, com’è noto, sono i prodotti di origine animale» proprio non è ammissibile. “Lo studio mette in discussione, mettendole al pari di una bibita, le nostre produzioni animali, che assicurano le nostre eccellenze, la cui tradizione origina dagli insegnamenti di agraria e da competenze millenarie”. – tuona Filippo Gasparini, presidente di Confagricoltura Piacenza che prosegue: ”Con un “come è noto” si mettono sotto accusa gli allevamenti senza avere il coraggio di portare a conclusione il ragionamento. Se è vero che una maggior tassazione di certi prodotti ne può ridurre il consumo, le aziende verranno penalizzate, e sarà spazzato via un settore, quello degli allevamenti, già sotto scacco da una politica europea che agevola le economie del nord Europa. Con che risultato poi? Che la gente comprerà i prodotti di origine animale importati, come si verifica (e questo è provato, non simulato) in un’economia globalizzata. Cosa ci sia poi di etico nel trattare un alimento come un bene di lusso, questo non lo capiamo proprio. Vorremmo vedere il target sul quale l’operazione avrà efficacia. Chi ha disponibilità non cambierà regime alimentare, una simile scelta impatterà sulle fasce deboli, quelle che alle proteine nobili già accedono con difficoltà. Perché sarebbe bene mettere in relazione i dati di questo studio con quelli sulla povertà, magari quelli del rapporto Caritas 2017: “sono 47 mila i piacentini a rischio povertà (più che raddoppiati da prima della crisi), con un tasso di deprivazione materiale al 16.4%. Ma certo – prosegue Gasparini – tassiamo i nostri prodotti, uccidiamo le nostre aziende e poi importiamo a minor prezzo quelli provenienti dall’estero. Tutto mentre anche un nuovo studio della FAO pubblicato da Global Food Security indica che il bestiame si basa principalmente sui foraggi, sui raccolti e sui sottoprodotti che sono immangiabili per gli esseri umani e che alcuni sistemi di produzione contribuiscono direttamente alla sicurezza alimentare”. Confagricoltura Piacenza riporta i dati del citato studio Fao: l’86% degli alimenti per animali non è adatto per il consumo umano. Se non consumati da bestiame, i residui e i sottoprodotti di coltivazione potrebbero rapidamente diventare un onere ambientale. Gli animali consumano anche alimenti che potrebbero essere consumati da persone come i cereali, che rappresentano il 13% della quantità totale di sostanze secche per il bestiame. Contrariamente ad alcuni studi precedenti, spesso citati, che hanno stimato il consumo di grano necessario per aumentare 1 kg di carne bovina tra 6 kg e 20 kg, questo nuovo studio ha rivelato che in media per produrre 1 kg di carne sono necessari solo 3 kg di cereali. I dati Fao mostrano anche importanti differenze tra i sistemi di produzione e le specie. Per esempio, poiché si basano su pascoli e foraggi, i bovini hanno bisogno solo di 0,6 kg di proteine ​​da alimenti commestibili per produrre 1 kg di proteine ​​nel latte e nella carne. Lo studio Fao esamina, infine, anche il tipo di terreno utilizzato per la produzione di mangimi per animali. I risultati mostrano che dei 2,5 miliardi di ettari necessari (per le produzioni animali a livello globale) il 77% sono prati, con una gran parte di pascoli che non potevano essere trasformati in terreni coltivati. Gli animali, inoltre, completano la produzione agricola attraverso la produzione di letame. La Fao, Infine, ricorda che il mantenimento del bestiame è una fonte sicura di reddito per più di 500 milioni di persone povere in molte aree rurali. Anne Mottet, della FAO, presentando lo studio ha dichiarato: “Mi sono reso conto che le persone sono costantemente esposte a informazioni sbagliate sul bestiame e sull’ambiente”. Filippo Gasparini, ripensando, invece, allo studio Susdiet e a certe derive del mondo accademico conclude: “Resta lo sconcerto nel vedere gli sforzi della ricerca non più al servizio della scienza, ma di un’ideologia che parte schizofrenicamente da presupposti errati. Le conclusioni dello studio della Fao erano le premesse che sentivamo ai corsi della nostra università. Le simulazioni di Susdiet, per contro, le leggiamo come un tradimento nei confronti di quella stagione in cui si insegnava la produttività, l’abbassamento dei costi per favorire l’accesso al cibo, ma soprattutto alle proteine nobili da parte di tutti”.


 

Tassazione dei prodotti di origine animale, Maloberti risponde a Sckokai: “La zootecnia non si tocca”

«La zootecnia non si tocca. Non possiamo tacere di fronte alle gravi affermazioni di Sckokai, che sembrerebbero voler condannare l’intera filiera dei prodotti di origine animale, dai suini ai bovini, dal latte al grana padano». C’è rabbia nelle parole di Giampaolo Maloberti, presidente del consorzio La Carne Che Piace, mentre commenta il progetto di ricerca europeo “Susdiet-Understanding consumer behaviour to encourage a (more) sustainable food choice” intrapreso anche dall’Università Cattolica di Piacenza, e in particolare le parole del professor (ed ex segretario cittadino del Partito Democratico) Paolo Sckokai. Quest’ultimo, infatti, ha dichiarato che, essendovi difficoltà a influenzare le scelte di consumo alimentare attraverso le politiche comunicative, occorrerebbe avviare una tassazione dei prodotti meno sostenibili, come quelli di origine animale.

«Sckokai e la sua cerchia di professori dovrebbero farsi un giro nelle vallate piacentine, dove l’economia regge soprattutto grazie alla valorizzazione dei salumi piacentini – prosegue Maloberti -. Il nostro territorio è l’unico in Europa a potersi pregiare di tre DOP, invidiate ed esportate a livello mondiale, ma l’intellighenzia radical chic di turno cosa propone? Di ammazzare il settore! È intollerabile».

«Dopo gli infondati colpi allarmistici inferti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che ha messo in guardia i consumatori sull’ipotetica cancerogenicità delle carni rosse e degli insaccati, gli aspiranti a comunisti ci riprovano: stavolta divulgano una ricerca inaccettabile e fuorviante, che va in controtendenza rispetto alle necessità e alle risorse della nostra provincia. Se ne fregano, in altre parole, della cultura, della tradizione e della ricchezza dei Comuni piacentini, che ruotano attorno alla produzione e alla vendita dei salumi tipici. Innegabilmente apprezzati – per qualità e controlli – dai consumatori. Nel 2016 sono stati prodotti 1 milione e mezzo di pezzi di Salame, 420mila pezzi di Coppa e 138mila pezzi di Pancetta. Negli ultimi sedici anni la produzione dei salumi DOP è notevolmente aumentata: +522% per la Coppa piacentina, +965% per la Pancetta Piacentina e +563 % per il Salame, generando un indotto fondamentale per il territorio – conclude Maloberti -. Il Consorzio La Carne Che Piace teme che si stia addirittura agendo in malafede: parrebbe essere stata ammessa una strategia comunicativa volutamente indirizzata a svantaggiate la zootecnia. Non è una novità, purtroppo, che si vogliano fare a tutti i costi gli interessi delle multinazionali e della grande distribuzione. Invitiamo le associazioni del settore, i consorzi e gli imprenditori ad unirsi alla protesta e a condannare la missiva di Sckokai».

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