“Eccomi qui, sono Giuda, e se volete lo rivendico, a me basta essere ciò che sono. Cosa? Tradimento e contraddizioni. Dubbi e disordine. Nemmeno una verità in tasca. È ciò da cui parto ogni giorno per provare a sentirmi migliore”.
Così si presenta Tommaso Cerno nella sua ultima fatica editoriale (Le ragioni di Giuda – Quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà – Rizzoli), presentata al PalabancaEventi per iniziativa dell’Associazione culturale Luigi Einaudi e della Banca di Piacenza in un’affollata Sala Corrado Sforza Fogliani che – a giudicare dai decibel degli applausi – ha mostrato di apprezzare le considerazioni del direttore de il Giornale, sollecitato dalle domande di Antonino Coppolino.
“Il libro – ha esordito, dopo l’intervento di saluto del presidente dell’Associazione Einaudi, Danilo Anelli – parte da un presupposto: tutti si sentono Gesù Cristo pontificando, per esempio, su come si governano gli Stati Uniti; sanno tutto di tutto; poi, quando devono decidere qualcosa, fanno i Ponzio Pilato”.
Oggi, secondo il giornalista friulano, “la libertà è in pericolo” perché “il sistema ha deciso di vendere un pezzo di questa libertà, conquistata con fatica, in nome del conformismo”.
Il volume nasce “dall’intreccio di pezzetti della mia biografia con la storia politica italiana”, con l’intento di “porci delle domande che ogni mattina dovremmo farci”.
Ma che cos’è il tradimento?
“Del termine – ha spiegato l’autore – si tende a dare un’accezione negativa. In realtà, ha la stessa etimologia della parola tradizione, sono sinonimi. La tradizione è la somma di ogni tradimento, che diventa rottura con un canone precedente. E la tradizione è indice di progresso”.
Detto che la nostra Costituzione “non funziona” e che non è necessario riscriverla “ma riaccenderla”, Tommaso Cerno ha sostenuto che “oggi confondiamo la libertà con il dover accettare tutto, anche che la Camera arbitrale islamica italiana di Padova richiami nel proprio regolamento l’applicazione della Sharia invece del Codice civile, senza che nessuno obietti alcunché”.
Per il direttore de il Giornale sono “comportamenti eversivi”, tollerati perché “abbiamo confuso la libertà religiosa con l’ingresso in Occidente di una cultura che vede lo Stato liberale, che sta morendo, come un nemico”.
L’avv. Coppolino ha poi portato il discorso sulla terra d’origine di Cerno, che nel libro definisce “territori in cui la storia ha appiccato incendi e da allora furtivamente prova a spegnerli. Da quelle parti non ci siamo fatti mancare nulla: lacerazioni, ricomposizioni, esodi e ritorni… La mia terra sa bene cosa siano i totalitarismi del Novecento, li ha vissuti sulla propria pelle, ha imparato e sofferto il dramma delle ideologie assolute, e alla fine ha pagato il prezzo più alto per essere stata sempre di troppo. Troppo italiana per essere slava, troppo slava per essere italiana, troppo cosmopolita per essere fascista, troppo borghese per diventare comunista”.
“Sono una specie di randagio – ha osservato – nato in un posto che in gioventù chiamavo “da nessuna parte” e a domanda da dove venissi rispondevo “da vicino Venezia”. Poi, crescendo, ho capito di essere nato in un luogo ricco di storia e contraddizioni, dove la guerra civile dopo la fine del secondo conflitto mondiale è durata anni”.
Agghiacciante il passaggio sulle Foibe: “Nel buco di Basovizza ci finirono i morti ma anche i vivi. I partigiani jugoslavi di Tito avevano poche munizioni, perciò uccidevano i primi della fila (militari e civili italiani erano legati uno all’altro) fino a che il peso dei morti trascinava dentro la buca anche i vivi, che poi facevano una fine atroce”.
L’illustre ospite ha quindi definito la caduta del Muro di Berlino “uno dei momenti più importanti nella storia dell’umanità, favorito da Reagan, dal Papa e dai liberali d’Europa”.
La chiosa su una domanda che spesso Tommaso Cerno si sente rivolgere: com’è possibile lavorare per giornali fondati da personaggi così diversi come Scalfari e Montanelli?
“Perché in fondo erano due Giuda che raccontando le loro verità hanno rotto un canone”.
Morale: il tradimento non sempre è una resa, a volte rappresenta l’unico modo per non tradire sé stessi.
Agli intervenuti, con precedenza ai primi Soci prenotati e ai primi Clienti prenotati, è stato riservato il volume e l’autore si è volentieri fermato in Sala Sforza Fogliani per il rito del firmacopie, di cui in tanti hanno approfittato.
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