Il 17 marzo del 1871, giorno della proclamazione dello Stato unitario, fu certamente un punto di partenza e non di arrivo. Perché – come disse Massimo d’Azeglio –
“Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. La celebre frase era stata presa a prestito da “Piacenza Città Primogenita” come titolo del convegno di studi che l’Associazione culturale aveva promosso al PalabancaEventi il 15 febbraio dello scorso anno. Convegno di cui ora sono stati pubblicati gli Atti, presentati in Sala Panini davanti a un pubblico numeroso.
Nel suo saluto introduttivo, il presidente dell’associazione culturale che si ispira ai valori del Risorgimento, Danilo Anelli, ha ringraziato la Banca di Piacenza «per il costante sostegno» e la presidente onoraria Maria Antonietta de Micheli «per il contributo in termini di idee all’attività dell’Associazione, che quest’anno intende valorizzare Piacenza allargando l’orizzonte anche a periodi diversi dal Risorgimento».
Robert Gionelli, che ha coordinato l’incontro, ha ricordato come il sodalizio sia nato, nel 2023, «per non disperdere quello spirito lasciato in dote da Corrado Sforza Fogliani (omaggiato con un applauso, ndr), molto legato alla sua Piacenza, che dovrebbe fare di più per dar lustro al suo stato di città Primogenita».
I relatori del convegno 2025 hanno quindi riassunto le loro relazioni, pubblicate negli Atti. Manrico Bissi (La ricerca dello “stile nazionale”), ha spiegato come si era arrivati – dal punto di vista architettonico – a garantire alla nostra giovane nazione un’unità che non fosse soltanto politica e territoriale. Fu allo scopo avviata la ricerca di uno “stile nazionale” «che si nutriva di ricerca storica e nostalgia per il passato, soprattutto medievale e rinascimentale».
Tra i principali protagonisti di questa ricerca stilistica vi fu Camillo Boito (fratello di Arrigo), noto architetto. Due i modelli di riferimento: il neomedievalismo (neogotico, neoromanico o neorinascimentale), che nel contesto piacentino trova un esempio nella costruzione del borgo di Grazzano Visconti e che a livello nazionale si espresse nella realizzazione di villini, palazzi residenziali, uffici, banche; meno diffusa e limitata alle sedi amministrative e politiche fu invece la declinazione neoclassica, nota come stile Umbertino, con abbondante utilizzo di riferimenti dell’antica architettura romana (colonne, capitelli, fregi e statue).
Donatella Vignola (Una lingua per l’Italia unita) ha dal canto suo analizzato il processo per arrivare ad avere una lingua comune in tutta la giovane Italia, dove a dominare erano i dialetti e dove il tasso di analfabetismo rendeva l’impresa assai ardua. «Dante aveva posto per primo il problema di una lingua comune per il Bel Paese – ha osservato la relatrice – ma fino all’800 le dispute linguistiche erano di tipo letterario e si riferivano alla lingua scritta». Fu Manzoni a introdurre il concetto innovativo di dare al Paese una prosa moderna ed efficace sperimentando nel romanzo questa soluzione, guardando al fiorentino parlato del suo tempo. Per la prima volta si sentì la necessità di una lingua parlata, reale, di tutti, per sentirsi parte di una nazione.
Marco Corradi (La struttura giuridico amministrativa della nuova Italia) ha evidenziato le difficoltà incontrate nel costruire uno Stato nazionale che aveva messo insieme «tante povertà»; difficoltà acuite dalla morte di Cavour poco dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Alla necessità di uniformare tutti i codici esistenti («processo lungo e complicato che impegnò commissioni e sottocommissioni») si rispose attraverso la “piemontesizzazione” degli stessi in ambito civile, penale («nel 1889 il Codice Zanardelli eliminò la pena di morte e la tortura e si iniziò a parlare di pena come strumento di rieducazione») e amministrativo («qui la riforma fu marcatamente centralizzatrice, con i prefetti rappresentanti del Governo in ogni provincia»).
Tiziana Benzi (Le bandiere di Palazzo Moriggia: la memoria tessuta dell’identità nazionale) ha invitato i presenti a visitare il Museo del Risorgimento di Milano, dove si custodisce una delle più significative collezioni tessili legate alla storia dell’Italia unita (bandiere, gonfaloni, labari, fazzoletti commemorativi, paramenti e divise). Attualmente è in corso un intervento mirato di manutenzione e conservazione preventiva di questo patrimonio, ha specificato la dott. Benzi, restauratrice di tessuti, aggiungendo che «oltre all’aspetto tecnico, la conservazione dei vessilli storici assume un valore simbolico e civile. Ogni bandiera è un documento d’identità: racconta la partecipazione di una comunità, la sua fede in un’idea, la tensione verso l’unità e la libertà».
Agli intervenuti è stata riservata copia del volume.
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