Anni di furti per 10 milioni di euro e merce rivenduta da negozianti complici: “Magazzino in mano all’organizzazione”. Auto bruciata al collega ribelle – AUDIO, FOTO e VIDEO

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“Una situazione di anarchia e illegalità diffusa, mancava persino il sistema di videosorveglianza”. Solo così poteva prosperare un sistema criminoso di queste enormi proporzioni. Lo scenario è il magazzino SDA di Monticelli d’Ongina, centro di stoccaggio dell’azienda facente parte del gruppo Poste Italiane. I protagonisti sono appartenenti a una cooperativa di Torino.

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Tutto inizia nel 2017 quando le denunce di furti avvenuti nello stabilimento iniziano a essere troppo numerose: i carabinieri della compagnia di Fiorenzuola, coordinati dal pm Matteo Centini, iniziano a sospettare che ci possa essere qualcosa di più di qualche semplice ladruncolo. Partono dunque le indagini che in effetti gettano luce su un sistema piuttosto ramificato. I sospetti diventano certezza dopo la segnalazione di un addetto ai controlli che decide di non voltare le spalle: l’uomo racconta tutto ciò a cui assiste quotidianamente all’interno del magazzino. Una notte la vettura di questo collega “ribelle” viene data alle fiamme. E’ il segnale che gli inquirenti hanno a che fare con gente pericolosa.

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L’operazione, denominata “Stealing job”, termina come noto il 30 giugno quando i carabinieri arrestano in un blitz 37 persone. Sono 94 invece gli indagati: “Se consideriamo che i lavoratori impiegati nel magazzino sono 250 ci rendiamo conto di quanto fosse ramificata questa situazione di illegalità”, commentano Centini e Grazia Pradella, nuovo Procuratore Capo di Piacenza.

Per 14 degli arrestati la Procura ha disposto la custodia cautelare in carcere, per 11 gli arresti domiciliari e per i restanti 12 l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Gli arrestati devono rispondere a vario titolo di associazione a delinquere, furto, appropriazione indebita, ricettazione, riciclaggio e peculato.

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L’organizzazione

In sostanza ad agire erano due gruppi composti rispettivamente da cittadini di origini calabresi e siciliane. Le due fazioni aveva creato una vera e propria organizzazione in grado di coinvolgere autotrasportatori, colleghi, persino due guardie giurate. La merce veniva rubata con la collaborazione di tutti, a volte prima ancora di raggiungere il magazzino: dopo essere stata stoccata in ambienti predefiniti, la refurtiva raggiungeva negozi e attività commerciali conniventi. Esercizi di Piacenza e provincia, anche se in un caso un tir ha raggiunto anche la città di Cutro (Crotone), carico di preziose borse firmate Prada.

“Il collegamento con Cutro, per ora, non sottintende legami con la criminalità organizzata, anche se le indagini sono tuttora in corso”, chiarisce Centini.

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Spesso i furti avvenivano su commissione, per soddisfare le richieste dei commercianti. Le indagini sono iniziate nel 2017 ma con ogni probabilità l’attività criminosa proseguiva da anni: “Non possiamo avere numeri precisi, ma stimiamo che il valore totale della merce rubata e rivenduta si aggiri intorno ai 10 milioni di euro”, commentano gli inquirenti.

L’organizzazione era capillare, strutturata e precisa. Ma anche molto potente: “I capi gestivano persino le assunzioni e le questioni sindacali. Il magazzino era totalmente fuori controllo, in mano ai due gruppi. Questi potevano contare su spalleggiatori o semplicemente sull’indifferenza e sulla paura degli altri colleghi. Solo uno ha deciso di opporsi e ha subito pesantissime intimidazioni”.

In particolare, il gruppo dei siciliani aveva assunto una connotazione familiare: la moglie del capo e parenti di vario grado partecipavano attivamente alle operazioni illecite.

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