Carlo Calcagni non chiede risarcimenti, gliene basta uno simbolico da un euro, ma vuole le scuse dello Stato. Questo aveva raccontato alcune settimane fa alla trasmissione televisiva Le Iene e ai tanti organi di informazione che si sono interessati alla sua drammatica vicenda. Già perché la storia di Calcagni è conosciuta a livello nazionale, la sua malattia e la sua battaglia. Colonnello dell’esercito, Calcagni ha servito nei Balcani come pilota di elicotteri. Tornato a casa però ha scoperto di essere malato, a causa di metalli pesanti presenti nel fegato, midollo e polmoni. Uranio impoverito, questa l’origine. Nel 2007 il ministero della Difesa ha decretato che le sue infermità sono riconosciute come conseguenti a “fatti di servizio, per le particolari condizioni ambientali e operative della missione svolta nei Balcani”. Gli hanno riconosciuto un’indennità e una pensione di invalidità al 100%. Ma da parte dello Stato, mai nessun risarcimento o scusa. Recentemente l’ennesima beffa: escluso dalla Nazionale italiana alle Paralimpiadi di Tokyo perché non considerato un atleta disabile.
Calcagni è stato ospite delle frequenze di Radio Sound in occasione della sua giornata alla Palestra Le Club, tappa di un tour che toccherà tante altre città. Insieme alla campionessa di ciclismo, Giorgia Bronzini, Carlo ha partecipato a una sessione di cycling, e allo stesso tempo ha raccontato la propria storia racchiusa nel libro “Pedalando sul filo d’acciaio”.
“La mia vita è stata stravolta dal momento in cui ho scoperto la malattia. All’epoca non avevamo ricevuto alcuna informazione al riguardo, questa è storia. Sulla mia vicenda è stato prodotto un docufilm, ho parlato di quanto accaduto a trasmissioni come Porta a Porta di Bruno Vespa: sono riuscito a trasformare questa malattia invisibile in un punto di forza e oggi sono un riferimento per tantissime persone che hanno subito il mio dramma”.
“La cosa più brutta è doversi bucare la carne, la pelle, ogni giorno per quelle flebo quotidiane da quattro o cinque ore, la plasmaferesi, una sorta di dialisi che devo fare ogni settimana per poter sopravvivere. C’è una grande differenza tra sopravvivere e vivere: io vivo quando pratico sport, quando sto in mezzo agli altri per portare la mia testimonianza. Lo faccio perché ne ricavo energie vitali. Questo mi porta in un tour che vede come prima tappa proprio Piacenza: stare in mezzo alle persone, condividere l’amore per la vita e per lo sport mi arricchisce, e nonostante la fatica fisica che queste iniziative comportano, torno sempre a casa rigenerato”.
“La mia voglia di vivere mi permette di fare cose incredibili agli occhi degli altri, basti pensare che nell’ultimo anno ho siglato quattro record mondiali: due nel canottaggio, uno nella corsa a piedi e uno con il triciclo, il mio triciclo volante. “Pedalando sul filo d’acciaio”, il titolo del mio libro parla chiaro: pedalo su un filo perché sono perennemente in bilico tra la vita e la morte, però è un filo d’acciaio, che non si spezza”.
“Perché non sono andato ai Giochi Paralimpici di Tokyo? Io ero pronto, ma hanno deciso di escludermi dalla rappresentativa e lo hanno fatto nel peggiore dei modi. Sto ancora aspettando dal 23 maggio delle risposte che non arrivano. Hanno osato rispondermi, in una mail, che non ho i minimi requisiti per essere considerato un atleta disabile: io ho il 100% di invalidità, ho l’accompagnamento, ho la 104 in situazione di gravità. Cosa significa allora essere un atleta disabile?”.
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