Il 10 luglio scorso si è verificato un incendio nei pressi dell’area ex Eridania. Sul posto erano intervenuti i vigili del fuoco insieme anche ad alcuni agricoltori in supporto per limitare i danni. Sulla vicenda interviene ora il comitato “RinnoviAMO SARMATO”.
Lo stanziamento di 150 mila euro per il recupero dell’area protetta delle ex vasche Eridania, annunciato dopo il vasto incendio del 10 luglio, viene accolto con favore solo in parte da chi da anni segue le vicende della Zona di Protezione Speciale. Secondo gli estensori del documento, infatti, il rogo non rappresenterebbe un evento imprevedibile, ma la conseguenza di un lungo periodo di mancata gestione dell’area naturalistica.
Nei giorni scorsi erano stati annunciati i fondi destinati alla rinascita dell’oasi, offre l’occasione per una riflessione più ampia sullo stato di conservazione della ZSC-ZPS “Fiume Po da Rio Boriacco a Bosco Ospizio”, all’interno della quale ricadono le vasche dell’ex zuccherificio di Sarmato.
La tutela dell’area ha radici lontane. Inserita tra i siti di interesse comunitario già nel 2000, è stata designata Zona di Protezione Speciale nel 2003 e definitivamente integrata nella Rete Natura 2000 nel 2012.
Nel corso degli anni sono stati predisposti accordi territoriali, progetti di riqualificazione ambientale e interventi finalizzati alla conservazione degli habitat umidi: dalla gestione controllata delle acque alla forestazione con specie autoctone, fino alla realizzazione di strutture per il birdwatching e programmi di educazione ambientale.
Secondo il documento, tuttavia, gran parte di queste misure sarebbe rimasta incompiuta o progressivamente abbandonata.
Le ex vasche Eridania rappresentavano uno degli habitat più importanti della provincia di Piacenza per numerose specie di avifauna, in particolare per il Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), che vi trovava uno dei principali siti di nidificazione.
Per garantire la presenza della specie sarebbe stato necessario mantenere condizioni ambientali molto specifiche: livelli idrici costanti, acque basse, vegetazione controllata e limitazione dei disturbi antropici.
Secondo gli autori del documento, proprio questi elementi sarebbero progressivamente venuti meno. L’impianto di alimentazione idrica non sarebbe più operativo da tempo, la vegetazione avrebbe invaso le aree umide senza interventi di manutenzione e le strutture dedicate al birdwatching sarebbero ormai in stato di abbandono. Tutto ciò avrebbe determinato la progressiva scomparsa del Cavaliere d’Italia e di numerose altre specie limicole.
La tesi sostenuta nel documento è che l’incendio del 10 luglio non possa essere considerato una semplice fatalità.
L’accumulo di vegetazione secca, favorito dall’assenza di interventi periodici di manutenzione, avrebbe infatti aumentato notevolmente il rischio di propagazione delle fiamme. Per questo motivo gli autori invitano a non concentrare l’attenzione esclusivamente sugli effetti dell’incendio, ma soprattutto sulle cause che avrebbero reso l’ecosistema così vulnerabile.
Nel testo viene inoltre ricordato come già un accordo territoriale del 2011 prevedesse specifici investimenti per la riqualificazione dell’area, successivamente richiamati nel Quadro conoscitivo del sito Natura 2000 pubblicato dalla Regione Emilia-Romagna nel 2018.
Tra gli interventi programmati figuravano la realizzazione di siepi e boschi planiziali, strutture per favorire la nidificazione dell’avifauna, percorsi didattici e punti di osservazione naturalistica, oltre a un sistema per l’alimentazione idrica delle vasche attraverso il convogliamento delle acque meteoriche.
Secondo gli estensori del documento, di quel programma sarebbe rimasto ben poco.
Alla luce dell’incendio, gli autori chiedono che il recupero dell’area non si limiti agli interventi di emergenza, ma dia vita a un piano strutturale e permanente di gestione della ZPS.
Tra le priorità indicate figurano il ripristino del sistema di alimentazione idrica, la rimozione controllata dei residui dell’incendio, la ricostituzione della vegetazione igrofila autoctona, l’attivazione di piani periodici di sfalcio della vegetazione secca e un monitoraggio costante dell’ecosistema.
L’obiettivo, sostengono, è riportare l’area alle condizioni necessarie per consentire il ritorno delle specie che ne avevano fatto uno dei principali siti naturalistici del territorio.
Il messaggio conclusivo è un appello alle istituzioni affinché il recupero della ZPS non si esaurisca nella risposta all’emergenza, ma diventi un impegno stabile per la tutela della biodiversità. Secondo gli estensori del documento, la vicenda delle ex vasche Eridania dimostra come la conservazione degli habitat naturali richieda una gestione continua e non possa essere affidata esclusivamente a interventi successivi agli eventi calamitosi.
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