Economia

Sagre, Confesercenti: “Concorrenza sleale e danni per la ristorazione, servono regole chiare”

“Negli ultimi anni, in tutta la provincia, stiamo assistendo a un’esplosione incontrollata di “sagre” organizzate dalle Pro Loco locali. Ogni weekend, spuntano locandine che promettono la “Sagra del fritto misto”, la “Sagra dei pisarei e fasò” o quella della “picula ‘d caval”. Peccato che di tutte queste tipicità non ci sia nulla che leghi davvero quei piatti, quei prodotti al nostro territorio. La beneficenza a volte può uccidere una categoria”. Inizia così la nota di Confesercenti.

Da valorizzazione a concorrenza sleale

Le sagre nascono per celebrare un prodotto tipico, un raccolto, un santo patrono. Erano il momento in cui la comunità si stringeva attorno alle proprie radici: eventi legati al calendario agricolo, alla stagionalità, all’identità di un territorio.

Oggi invece il format è stato svuotato. Basta un piazzale, qualche gazebo, friggitrici industriali e fornitori all’ingrosso. Il “prodotto tipico” diventa una scusa. Il risultato? Una miriade di eventi fotocopia che nulla hanno a che vedere con la filiera corta, con i produttori locali, con la storia del luogo.

Chi paga il conto: la ristorazione tradizionale

A farne le spese sono proprio loro: i ristoratori, le trattorie, le osterie che ogni giorno pagano tasse, affitti, personale regolare, HACCP, TARI, occupazione suolo pubblico. Loro acquistano dai fornitori locali, fanno magazzino, investono in qualità e accoglienza 365 giorni l’anno.

Una “sagra” improvvisata dura 3 giorni, interviene Cristian Lertora, Presidente Regionale FIEPET EMILIA ROMAGNA, senza gli stessi obblighi fiscali, contributivi e igienico-sanitari.

Prezzi stracciati, volumi enormi, personale volontario. È concorrenza sleale legalizzata. Il

cliente pensa di risparmiare 5 euro, ma intanto indebolisce chi tiene vivo il paese tutto l’anno, anche a gennaio quando le sagre non ci sono.

Il danno culturale è peggiore di quello economico

Il rischio più grande non è solo economico. È culturale. Se ogni piazza ospita la “Sagra dell’arrosticino” anche dove le pecore non ci sono mai state, si perde il senso del legame cibo-territorio. I giovani crescono pensando che “sagra” significhi solo mangiare in piedi su tavolacci di plastica, con musica a tutto volume e prodotti precotti. Si svilisce il lavoro di chi tutela i presidi Slow Food, le DOP, le IGP, le ricette tramandate.

Cosa chiediamo

Non siamo contro le feste. Siamo contro le finte feste. Servono regole chiare. Oggi assistiamo ad una concorrenza sleale, dove associazioni di volontariato realizzano eventi gastronomici fuori dai loro territori di appartenenza, sostituendosi agli street food e ristorazione ambulante, somministrando cibi e bevande ‘sotto al cappello della beneficenza’.

Legame territoriale: una sagra deve valorizzare nella sua globalità i prodotti della provincia, con filiera tracciabile.

Calendario limitato: basta con 40 sagre in 40 weekend nello stesso Comune. Programmazione annuale e stop alle sovrapposizioni.

Stessi obblighi per tutti: chi somministra cibo al pubblico, anche per 2 giorni, deve rispettare norme fiscali, sanitarie e di sicurezza come un ristorante.

Controlli veri: Asl e Guardia di Finanza verifichino origine dei prodotti e regolarità del personale.

Le Pro Loco serie e le vere feste di paese sono un patrimonio. Vanno difese proprio da chi le imita male. Perché una comunità senza identità gastronomica è una comunità più povera, in tutti i sensi.

La tradizione non è folklore da cartolina. È lavoro, è economia reale, è cultura. Se la svendiamo per due panini e una birra industriale, domani non avremo più né le sagre né i ristoranti. Avremo solo locali vuoti.

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