“Ma veramente si crede che l’Italia sia un Paese omofobo, tanto da dover dedicare a questo presunto problema una giornata? Ma davvero si pensa ci sia bisogno di una legge che tuteli le persone con tendenze omosessuali?”. Inizia così la nota di Angela D’Alessandro, dell’associazione Prolife Insieme.
L’Italia è uno dei Paesi più tolleranti rispetto all’omosessualità.
Se maschi o femmine si accoppiano tra loro, nessuno glielo impedisce: non commettono certo un reato legalmente punibile.
Ovunque si vedono coppie formate da persone dello stesso sesso:
Mai l’assassino o il ladro ha tendenze omo. Se due omosessuali decidono di andare a convivere, lo possono fare anche cointestandosi l’immobile.
Se qualcuno dovesse picchiare una persona solo perché omosessuale, verrebbe punito, come del resto si fa con tutti i reati. Nella legge infatti esistono strumenti di difesa, qualunque sia la discriminazione o il reato.
Nelle scuole, già dalla secondaria di primo grado, si tengono lezioni sugli atti discriminatori, condannandoli. La politica si occupa delle discriminazioni attraverso il Ministero delle Pari Opportunità.
Ma dove sarebbe la discriminazione? Perché chiedere a gran voce una legge a riguardo? Perché organizzare sagre arcobaleno? Io, da cattolica e rifiutando le varie teorie gender, mi sento in realtà discriminata.
Mi sento imbavagliata quando desidero difendere quello in cui credo, ossia che i bambini abbiano bisogno di una mamma e di un papà, di un maschio e di una femmina.
Ogni persona con orientamento omo ha diritto al rispetto, ma anche chi difende i più piccoli, ribadendo — e non negando — la realtà delle cose.
Perché crescere con due donne o due uomini, essere privati del confronto con uno dei due sessi quali cardini della struttura dell’essere umano, non è una cosa buona.
È comprovato che tutti abbiamo avuto bisogno del confronto sia femminile sia maschile per poter diventare adulti in armonia.
Tutti noi siamo il frutto dell’unione di ovulo e spermatozoo: chi può negare questa cosa? Nessuna legge potrà farlo.
Non si tratta quindi di impedire a una coppia omo di diventare genitori. Diventare genitori non può essere considerato un diritto. Gli unici portatori di diritti sono i figli, i quali devono essere tutelati in un Paese che si definisce civile.
L’unico modo per due uomini di avere un figlio consiste nell’aberrante pratica dell’utero in affitto, con tutte le tragedie che ne derivano. Tragedie verso cui le femministe chiudono occhi e orecchi.
In queste manifestazioni io non ci leggo un’azione di tutela verso una categoria, ma solo un’aggressione ideologica alla visione cristiana della famiglia e della sessualità.
Un radicale cambio di paradigma culturale.
In questi eventi recepisco un tentativo di imporre un’agenda ideologica che limita la libertà di espressione e di pensiero, mettendo il bavaglio a chi sostiene la famiglia naturale e a chi si riconosce in un modello antropologico cristiano.
Questo “allarme omofobia” è il frutto di una narrazione atta a promuovere “strategie arcobaleno” che tentano così di eliminare il diritto a dissentire di un certo numero di persone.
Non la trovo una difesa contro la violenza di genere, ma una pressione culturale e politica che minaccia la visione della famiglia e della società fondata su valori cristiani.
Un modo per estirpare le nostre radici e impiantare una società traballante, che rinnega la natura delle cose per dare spazio a una visione senza regole morali: regole, peraltro, non inventate dall’uomo ma parte integrante della vita.
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