Attualità

Nuovi invasi in Val D’Arda, le osservazioni di Legambiente: “Ogni goccia conta. Anche quelle perdute?”

“La recente inaugurazione organizzata dal Consorzio di Bonifica in Val d’Arda, alla presenza dell’Assessore regionale all’Agricoltura, è stata indubbiamente un’occasione importante per far conoscere un’opera utile a soddisfare i bisogni irrigui del territorio. Una presentazione che cade, peraltro, a poco più di un mese dalle elezioni per il rinnovo degli organi consortili. Nulla di strano nell’evento in sé; più discutibili ci sono parse alcune delle conclusioni emerse coralmente nel breve convegno che ha seguito il sopralluogo”. Inizia così la nota di Legambiente.

LA NOTA DI LEGAMBIENTE

Occorre innanzitutto sottolineare che la realizzazione di laghetti o invasi interaziendali e consortili di piccole e medie dimensioni, soluzione che Legambiente sostiene da molti anni , rappresenta uno strumento importante per la raccolta dell’acqua, anche più volte nell’arco della stagione irrigua. Ma soprattutto è una soluzione che si è dimostrata – a differenza delle dighe – concretamente realizzabile. L’occasione del PNRR ha certamente favorito la realizzazione dei tre nuovi bacini, ma il costo di opere di questo tipo resta comunque compatibile con le possibilità di finanziamento a cui possono accedere Consorzio, Regione e altri enti attraverso programmi nazionali ed europei. Una situazione ben diversa da quella di una grande diga.

Proprio per questo appare strano ed è difficile comprendere perché non siano mai stati realizzati i numerosi laghetti previsti nelle cave della bassa Val Trebbia, in particolare nei territori di Rivergaro, Gossolengo, Gragnano e Piacenza, individuati nello “Studio sull’uso sostenibile dell’acqua del Trebbia” del 2007 e successivamente pianificati nel Piano Provinciale delle Attività Estrattive (PIAE).

Lo studio dell’ingegner Paoletti

Secondo lo studio fatto allora dall’ing. Paoletti, l’acqua avrebbe potuto essere distribuita nei canali a caduta, senza necessità di pompaggio e quindi senza i relativi costi energetici. Anche la necessaria impermeabilizzazione sarebbe stata analoga a quella adottata per i laghetti della Val d’Arda. Con una differenza significativa: a fronte dei quasi 13 milioni di euro necessari per realizzare i tre laghi appena inaugurati, nel caso delle cave si sarebbero potuti evitare sia i costi di acquisizione dei terreni sia una parte rilevante di quelli relativi agli scavi.

È qui che emerge con particolare evidenza una contraddizione del “sistema Piacenza”: oggi compatto nell’esaltare l’utilità di questi invasi e l’efficienza del Consorzio di Bonifica, ma molto meno disposto a interrogarsi sulle responsabilità per ciò che, per vent’anni, non è stato fatto in Val Trebbia. Perché il punto resta questo: i laghetti nelle cave della bassa Val Trebbia erano tecnicamente attuabili e non sono stati realizzati.

In diversi casi si è preferito ritombare le cave, anche attraverso l’impiego di terre “ricostituite”, restituire i terreni ad altri utilizzi – come avvenuto a Gragnano – o destinarli anche alla produzione fotovoltaica, rinunciando a una possibilità di accumulo idrico già individuata dalla pianificazione.

Salvo poi tornare periodicamente a sostenere la necessità di nuovi grandi invasi perché l’acqua non basta e, con i cambiamenti climatici, sarà sempre più difficile garantirla. Ma il problema non deriva soltanto dalla diminuzione della disponibilità idrica: occorre interrogarsi, e non lo si fa, anche sulla crescente intensificazione produttiva della filiera agroindustriale. Una filiera di cui vengono spesso sottolineati orgogliosamente il peso economico e i fatturati, ma della quale sarebbe altrettanto necessario e doveroso valutare con attenzione gli impatti ambientali e sociali, compresi quelli sul lavoro salariato.

Cambiamenti climatici e consumo di suolo

Dispiace quindi che nel convegno seguito alla visita dei laghi, nel rappresentare il ruolo economico importante dell’agricoltura – e del Consorzio di Bonifica –  tutti si siano spesi nel chiedere nuovi grandi invasi ma nessuno abbia ricordato, nemmeno da parte del rappresentante della comunità scientifica altri aspetti della questione. In particolare che l’agricoltura è tra le prime vittime non solo dei cambiamenti climatici ma anche del devastante del consumo di suolo, e soprattutto delle dinamiche del modello produttivo, industriale e distributivo di cui è succube. Un’agricoltura diversa, più attenta alla qualità dei suoli, alle colture, all’efficienza irrigua e alla capacità di trattenere l’acqua nel terreno e nel territorio avrebbe probabilmente bisogno di meno acqua e potrebbe utilizzare molti strumenti diversi dalla consueta ed inattuabile proposta della grande diga.

Non sarebbe una strada semplice, soprattutto di fronte ai cambiamenti climatici in corso, ma certamente non impossibile. Servirebbe però un approccio più pragmatico e meno ideologico.

Il dialogo avviato con il “Contratto di Fiume del Trebbia”, a partire dal 2014, aveva prodotto risultati interessanti e messo intorno allo stesso tavolo soggetti con interessi e sensibilità diverse. Quel percorso si è poi interrotto, senza che se ne comprendessero fino in fondo le ragioni.

Anche la vicenda del nuovo accordo per la gestione dell’acqua del Brugneto, nel quale alcune delle richieste avanzate dal mondo ambientalista sembrano essere state accolte – salvo verificarne la traduzione nella nuova concessione – dimostra invece che il confronto può produrre soluzioni se si privilegia l’obiettivo del bene comune.

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