Dagli strumenti più innovativi che parlano a un pubblico più giovane, come podcast, archivi digitali, mappe interattive, alle forme più tradizionali, come teatro, performance e laboratori. In Emilia-Romagna i dialetti parlano la lingua della cultura e dell’innovazione grazie al bando regionale che nel 2026 finanzia con 100mila euro 23 progetti, di cui quasi un terzo, 7, sono stati presentati da associazioni o enti situati in aree interne o montane.
Il dialetto è anche un buon viatico per conoscere le specialità gastronomiche di un territorio. A Borgonovo Val Tidone (Piacenza) “Dialetto senza confini” è il progetto con cui le specialità della cucina locale, dai “pisaréi e fasö” alla “burtleina”, diventano gli ingredienti di base da proporre a scolari e scolare per invitarli a preparare una graphic novel e un brano di musica rap.
Sempre per quanto riguarda Piacenza, sarà finanziato anche il progetto “A Piaseinza sum fatt acsé. Antropologia piacentina attraverso il dialetto” organizzato dal Comune di Calendasco.
Dalla Giunta regionale è arrivato il via libera alla graduatoria: le proposte ammesse a finanziamento sono state selezionate in base a qualità, innovatività, capacità di avere ricadute nel contesto contemporaneo e sul territorio, tramite il coinvolgimento di musei, biblioteche, archivi, università o l’ambito dello spettacolo dal vivo e, infine, la sostenibilità finanziaria.
Per quanto riguarda i destinatari dei contributi, 12 sono privati (associazioni, fondazioni, istituzioni senza fine di lucro) e 11 enti pubblici (Comuni). La distribuzione territoriale vede 5 progetti rispettivamente per le province di Bologna e Ravenna, Rimini 4, Reggio Emilia 3, Parma e Piacenza 2 per ciascuna, e 1 sia per la provincia di Ferrara che per quella di Forlì-Cesena.
Le azioni messe in cantiere mirano soprattutto a realizzare manifestazioni, spettacoli e produzioni artistiche, editoriali e multimediali: le attività di questo tipo sono 36 (60% del totale); seguono quelle di tipo didattico e intergenerazionale con 18 iniziative (30%), infine gli studi e le ricerche con 6 (10%).
Tutte le proposte descrivono il dialetto soprattutto come patrimonio culturale vivo, non solo come memoria del passato o espressione folklorica. Un elemento trasversale è la forte attenzione alla trasmissione tra le generazioni, con il coinvolgimento ricorrente di giovani, studentesse e studenti accanto a persone anziane, parlanti nativi e comunità locali. In molti casi il dialetto viene valorizzato come leva di identità territoriale e di coesione comunitaria, con l’obiettivo di rafforzare la partecipazione della cittadinanza e il legame con i luoghi.
I formati progettuali più ricorrenti comprendono teatro e performance, musica e canto, raccolta e restituzione di memorie orali, pubblicazioni e prodotti editoriali, documentazione audiovisiva, oltre alla realizzazione di archivi, atlanti, glossari e mappe. Sono particolarmente presenti attività di laboratorio e didattica, spesso realizzate in collaborazione con scuole, biblioteche, musei, associazioni e centri culturali. Ma accanto ai contenuti più tradizionali emerge con frequenza la commistione tra linguaggi arcaici e contemporanei: una contaminazione che si traduce in podcast, video, documentari, archivi digitali, mappe interattive, qr code, social media, applicazioni e altri strumenti multimediali.
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