“Con i Cavalli del Mochi la nostra città tentò di riconquistare la fiducia dei Farnese”

«La sanguinosa congiura di cui fu vittima Pier Luigi Farnese nel 1547, animata dall’aristocrazia ghibellina di Piacenza, compromise fatalmente i legami tra la nostra città e la potente dinastia ducale, appena insediata da Papa Paolo III: da quel momento, i sovrani consolidarono infatti la loro presenza a Parma, che assunse così il ruolo di “capitale de facto” del Ducato. La predilezione parmense attraversò tuttavia un momento di grave crisi tra il 1611 ed il 1612, quando gli inquisitori del duca Ranuccio I Farnese (bisnipote di Pier Luigi) scoprirono una vasta cospirazione contro il sovrano animata dalle principali famiglie della Città Ducale: un evento a dir poco nebuloso e controverso, passato alla storia come la “Congiura dei Feudatari”. In tale occasione, molte nobili teste caddero sul patibolo di piazza Grande a Parma, e la città intera si ritrovò macchiata dal sospetto di connivenza con i congiurati. Il Consiglio civico di Piacenza cercò allora di approfittare del momentaneo svantaggio parmense per rivendicare l’antica primogenitura ducale; con questo obbiettivo, i notabili locali proposero di ingraziarsi il duca Ranuccio I con l’innalzamento di due splendide statue in onore suo e del padre Alessandro Farnese: i due monumenti sarebbero stati collocati nella piazza Grande di Piacenza, di fronte all’antico Palazzo Gotico, e avrebbero testimoniato nei secoli l’affetto e la fedeltà dei piacentini nei confronti della dinastia ducale».

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Così Manrico Bissi ha aperto la conferenza dedicata alle statue equestri del Mochi organizzata – nell’ambito dell’Autunno culturale del PalabancaEventi – da Banca di Piacenza e Archistorica a 410 anni dalla venuta del Mochi nella nostra città.

«Ranuccio I – ha proseguito il relatore in un’affollata Sala Panini – accettò con gioia l’offerta del nostro Consiglio civico, e su raccomandazione del cugino Mario Farnese, duca di Latera, nel 1612 fece arrivare a Piacenza lo scultore toscano Francesco Mochi con l’incarico di provvedere alla realizzazione e alla fusione delle due grandi statue equestri bronzee. Il Mochi lavorò ai monumenti dal 1612 al 1629, realizzando prima la statua di Ranuccio I (1612-1622) e poi quella di Alessandro (1622-1629): i due capolavori rappresentano indubbiamente la vetta artistica dello scultore toscano, e costituiscono ormai un unicum con il contesto ambientale della piazza, che proprio alla loro presenza deve il suo nome. Se le due statue equestri dei Farnese sono quindi un prezioso gioiello del patrimonio culturale piacentino, la strategia politica per cui furono realizzate si rivelò tuttavia fallimentare nel lungo termine: se è vero infatti che nel corso del Seicento i Farnese addolcirono in parte la loro diffidenza verso i piacentini (soggiornando con maggiore frequenza nella nostra città), la sede principale della Corte rimase però a Parma, che si vide infine consolidata nel suo ruolo di capitale ducale con la successiva dinastia borbonica».

Ispirati ai canoni della monumentalità classica (soprattutto la statua di Ranuccio I), con vivaci ibridazioni barocche (in particolare la statua di Alessandro), i due monumenti del Mochi si elevano su grandi basamenti corredati da bassorilievi e da iscrizioni in bronzo, che descrivono i titoli dinastici, i meriti amministrativi e le glorie militari dei due duchi farnesiani (bassorilievi descritti dall’arch. Bissi durante la visita guidata alle statue farnesiane seguita alla conferenza, ndr). «La statua di Ranuccio I Farnese, in particolare – ha continuato l’oratore -, esprime un carattere ancora piuttosto rigido, tardo-rinascimentale, riferito agli esempi della Statuaria equestre romana e in particolare al “Marco Aurelio a cavallo” sul Campidoglio a Roma (secolo II d.C.). Il ritratto del duca Ranuccio I, vestito con i paramenti di un condottiero romano, è molto realistico e a tratti impietoso: il volto mostra guance flosce e pesanti, allusive di un uomo che trascorreva il suo tempo tra salotti e banchetti, disertando invece i campi di battaglia. In effetti Ranuccio I non fu di certo un condottiero (a differenza del padre) e proprio per questo i bassorilievi bronzei, posti alla base del suo monumento, lo onorano attraverso le allegorie della Pace e del Buon Governo. Il lato breve del basamento è definito da una superfice curva, ed è incorniciato dallo stemma farnesiano e da due putti che reggono gli emblemi araldici di Piacenza, ovvero il “dado bianco” in campo rosso (ereditato dallo “Stendardo di S. Antonino”) e la “Lupa Capitolina”; sulla superfice curvilinea è posta una lamina in bronzo che riporta un’iscrizione latina celebrativa delle virtù pacifiche e politiche del sovrano».

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La statua di Alessandro Farnese esprime invece il dinamismo del nuovo gusto barocco, ormai diffuso nelle Corti italiane ed europee, qualificandosi come un esempio inedito, assolutamente innovativo nel panorama della Statuaria secentesca.«Anche il duca Alessandro – ha spiegato il presidente di Archistorica – è raffigurato nelle vesti di un condottiero romano; in questo caso, però, i paramenti militari sono del tutto coerenti con la carriera personale del Farnese: nipote del re di Spagna Filippo II d’Asburgo, Alessandro crebbe alla Corte di Madrid diventando così un valoroso comandante delle armate spagnole. Distintosi con onore nella battaglia di Lepanto (1571), il Farnese venne nominato pochi anni dopo (1577) governatore delle Fiandre per conto di Filippo II: in tale veste, seppe consolidare il controllo spagnolo della regione (scossa da rivolte indipendentiste e da scontri tra cattolici e protestanti) promuovendo il “trattato di Arras” (1579), con il quale le Fiandre cattoliche si sottomisero alla Spagna formando il primo nucleo dell’odierno Belgio. La presenza del Farnese nelle Fiandre è però ricordata soprattutto per la conquista di Anversa, espugnata nel 1585 dalle truppe spagnole al termine di un assedio durato oltre un anno: determinate per la vittoria fu la costruzione di un grande ponte galleggiante, che bloccò la foce del fiume Schelda impedendo i rifornimenti degli assediati dal mare.A celebrazione di un tale personaggio, non stupisce che il Mochi abbia plasmato la sua statua con lineamenti nervosi e tesi, dinamici, tipici di un condottiero che cavalca in battaglia; egualmente, non sorprende che i bassorilievi bronzei, posti alla base del suo monumento, ricordino i suoi meriti militari (ossia la “presa di Anversa” e l’incontro con alcuni dignitari nemici)».

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