Gli antropologi che partecipano alla field school internazionale organizzata da AITA Bioarchaeology a San Fiorano, nei pressi di Codogno, nel nord Italia, hanno portato alla luce una piccola bara di legno eccezionalmente ben conservata, contenente i resti di un neonato.
La scoperta è avvenuta durante le attività della seconda edizione del progetto internazionale, che riunisce studenti e professionisti di archeologia e antropologia provenienti da tutto il mondo per studiare questo straordinario contesto funerario, sotto la guida della Dr.ssa Nataša Šarkić e del Dr. Roberto Cighetti.
Il sito, affettuosamente chiamato “Mortorino”, è un cimitero settecentesco recintato da un quadriportico decorato da pregiati affreschi dell’artista varesino Giovanni Battista Ronchelli, che raffigurano una via crucis. Sotto il pavimento dei portici si trovano sei cripte, delle quali almeno quattro contengono sepolture degli antichi abitanti di San Fiorano.
Le condizioni di conservazione dei resti all’interno delle cripte sono estremamente rare e inaspettate – spiega il Dr. Roberto Cighetti, Ph.D.per AITA Bioarchaeology. È probabile che siano fattori come la temperatura, l’umidità e l’ambiente chimico peculiari ad aver permesso la sopravvivenza di materiali che normalmente si perdono nei contesti archeologici. Oltre ai resti scheletrici, i bioarcheologi hanno recuperato tessuti, oggetti in cuoio, moltissimi capelli, unghie e persino tessuti molli conservati, inclusi numerosi resti di cervelli. Curiosamente, queste condizioni eccezionali hanno inoltre consentito la straordinaria conservazione dei resti infantili e dei bambini. Poiché le ossa dei bambini sono piccole, fragili e ancora in fase di sviluppo, raramente si conservano in modo così completo nei contesti archeologici.
La scoperta più recente è particolarmente notevole
Gli antropologi hanno recuperato con grande attenzione una piccola bara intatta, fatta di semplici assi di legno. Al suo interno giacevano i resti di un neonato, nella stessa posizione in cui vi era stato deposto, strettamente avvolto in un tessuto e con i capelli straordinariamente ben preservati. Lo studio dei resti ossei consentirà di ottenere maggiori informazioni riguardo a questo bebè che non ha avuto la possibilità di vedere l’età adulta. Si potrà stimare l’età alla morte grazie allo studio delle ossa e dei denti, così come osservare eventuali segni di infezioni o carenze metaboliche che potrebbero essere coinvolti nella morte del piccolo. Ritrovamenti di tale qualità e completezza sono estremamente rari e offrono un’opportunità eccezionale per studiare l’infanzia, le pratiche funerarie e i processi naturali che permettono ai resti del passato di conservarsi in questo modo.
Lo svuotamento delle cripte rientra in un importante progetto di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico. A coordinare le attività di restauro del complesso architettonico è l’associazione locale Il Quadriportico, che, insieme al Comune di San Fiorano, sostiene anche lo studio antropologico attualmente in corso.
Tutti gli interventi vengono realizzati in costante collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (ABAP) per le province di Cremona, Mantova e Lodi, che segue e supervisiona ogni fase del progetto, garantendone il rigore scientifico e il rispetto delle normative di tutela.
I resti umani vengono temporaneamente rimossi per consentire la pulizia e la bonifica delle cripte, poiché le ripetute infiltrazioni d’acqua e l’altissima umidità che queste trattengono hanno deteriorato e continuano a deteriorare gli affreschi alle pareti del Mortorino. Una volta completato lo svuotamento e le analisi antropologiche, i resti recuperati torneranno nel loro luogo originario. Diversi studiosi internazionali si sono interessati ai resti e ai manufatti rinvenuti nelle cripte del Mortorino, e sono previste analisi sulla conservazione del DNA in ambienti ostili, sulla dieta degli antichi abitanti locali, sulla preservazione del materiale cerebrale e sui numerosi frammenti di tessuti e stoffe rinvenuti nelle cripte.
Cosa dimostra il progetto?
Dimostra come la ricerca bioarcheologica e la conservazione del patrimonio possano operare congiuntamente, consentendo agli studiosi di documentare e studiare il passato, comprendendo meglio come vivevano i nostri predecessori e, allo stesso tempo, contribuendo alla salvaguardia di questo importante monumento storici locale. Allo stesso tempo, i molti studenti che hanno partecipato alla field school hanno avuto la possibilità di cimentarsi con un contesto unico, sfidante ma molto formativo, per poter applicare poi le competenze apprese nei loro Paesi d’origine e alle loro future carriere nel mondo dell’archeologia e dell’antropologia.
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