«La lotta alle mafie è un impegno culturale. Solo educazione e cultura danno la sveglia alle coscienze». Si è rivolto così don Luigi Ciotti, prete anti-mafia fondatore dell’associazione Libera, alla platea, tra cui tanti studenti, che in Università Cattolica del Sacro Cuore a Piacenza hanno preso parte al convegno “Fame e sete di giustizia. Contrasto alle mafie e nuove marginalità: chi sono gli invisibili di oggi?”.
Un momento di riflessione organizzato dal Collegio Sant’Isidoro e dalla Residenza Universitaria Gasparini come evento preparatorio alla Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, il prossimo 21 marzo. Una Giornata istituita dopo le stragi di Capaci, come ha ricordato lo stesso don Ciotti, per ricordare uno a uno tutti i nomi delle vittime innocenti di mafia.
Nomi come quello di Antonio Montinaro, tra gli agenti che fecero parte della scorta che a Capaci saltò in aria insieme al giudice Giovanni Falcone e alla moglie Francesca Morvillo.
«Fu la madre di Antonio Montinaro un anno dopo la strage – ha ricordato don Ciotti – a prendermi la mano e, con un filo di voce che diventò un grido nella mia coscienza, a chiedermi perché non pronunciavano mai il nome del figlio».
«Noi – ha aggiunto il presidente e fondatore di Libera – parliamo di casi, numeri, utenti ma non diciamo mai i nomi. Anche per questo è nata la giornata del 21 marzo, per scandire uno a uno quei nomi». Durante la serata organizzata in Auditorium Gian Carlo Mazzocchi insieme a don Ciotti, fondatore anche del gruppo Abele per aiutare chi vive condizioni di marginalità, è stato ospite don Pino Demasi, referente di Libera per il coordinamento della Piana calabrese di Gioia Tauro.
A introdurre i due ospiti la pro-rettrice vicaria di Università Cattolica, Anna Maria Fellegara, insieme alla responsabile commissione cultura del Sant’Isidoro Alice D’Isanto e alla direttrice Grazia Satta, che ha ricordato come «il tema filo conduttore delle attività del Collegio sia quest’anno il passaggio dall’io rinchiuso in noi stessi alla comunità che si prende cura della fragilità e costruisce legami».
«Costruire comunità – ha sottolineato don Demasi – significa togliere terreno alla cultura mafiosa. La vera rivoluzione oggi non è gridare contro la mafia, ma vivere quotidianamente l’alternativamente alla mafia». Un’alternativa che i due sacerdoti testimoniano attraverso «un impegno dalla parte degli altri, dove l’io diventa noi» ha detto don Ciotti, il quale ha messo in guardia contro «il silenzio, l’indifferenza che anestetizza le coscienze come un muro che si mette davanti agli altri per difendersi dai mali, ma i muri – ha aggiunto il fondatore di Libera – diventano prigioni dell’io».
Secondo don Ciotti «giustizia e verità non sono accessori». «Dico questo – ha aggiunto – perché l’ottanta percento delle vittime mafiose non conosce la verità eppure le verità passeggiano per le vie nostre città c’è chi sa, passeggia accanto a noi e non parla». Don Ciotti ha ricordato le parole di Falcone secondo cui «la lotta alla mafia vuol dire politiche sociali, cultura, educazione, sanità accessibile per tutti».
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