“Ieri, in Consiglio comunale, la consigliera Soresi ha presentato una mozione sul tema della violenza di genere che la maggioranza ha ritenuto di non votare. La mozione presentata nei toni e nei linguaggi usati non ha di fatto riconosciuto l’impegno attualmente profuso dal Comune: tutti i punti elencati dalla mozione sono di fatto già attenzionati dall’Amministrazione e dagli Uffici”. Inizia così la nota da parte della maggioranza in merito alla mozione sulla violenza di genere trattata ieri in Consiglio Comunale.
LA NOTA DELLA MAGGIORANZA
Del resto sarebbe stato possibile invece arrivare a convergenza unitaria su una mozione che si caratterizzasse come stimolo a fare ancora di più.
Quando si parla di violenza di genere dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa con chiarezza: è un fenomeno profondo, culturale e sociale, che riguarda tutte e tutti noi come società.
Per troppo tempo — spesso anche in buona fede — il discorso pubblico ha mandato un messaggio implicito: che le donne debbano proteggersi meglio, difendersi meglio, stare più attente.
Ma questo approccio, oggi, non è più sufficiente e rischia di essere profondamente ingiusto perché sposta il peso della prevenzione su chi subisce la violenza, invece che su chi la compie.
La violenza non nasce soltanto da una mancanza di autodifesa, ma nasce anche da una cultura del possesso, del controllo, della disuguaglianza, dalla difficoltà di accettare il limite e il rifiuto.
Per questo il vero cambio di paradigma è chiaro: non possiamo più concentrare l’attenzione su come le potenziali vittime debbano difendersi, ma su come la società debba impedire che qualcuno si senta legittimato ad esercitare violenza. Questo significa parlare, soprattutto nelle scuole, di educazione, di responsabilità, di relazioni sane, di rispetto del consenso.
Significa intervenire sugli autori, sui contesti, sui modelli culturali che rendono possibile la violenza e significa anche riconoscere una verità importante: la responsabilità non è e non può essere individuale di ogni singola donna. Se così fosse, significherebbe accettare che la violenza sia un destino inevitabile da cui ciascuna deve imparare a difendersi da sola.
Noi non possiamo accettarlo.
La violenza di genere è una ferita collettiva e, come tutte le ferite collettive, chiama in causa la responsabilità dell’intera società: delle istituzioni, della cultura, dell’educazione, delle relazioni quotidiane.
Proprio per questo, questa Amministrazione e la Commissione Speciale delle Consigliere Elette lavorano costantemente attraverso audizioni, confronto con i servizi, con il centro antiviolenza, con il CIPM e con le realtà del territorio, per rafforzare le reti e comprendere ogni giorno come affrontare concretamente questo fenomeno complesso.
In merito alla prevenzione dei fenomeni di violenza fisica, verbale, virtuale e psicologica a cui, ancora oggi, molte donne — dalle adolescenti alle madri di famiglia — sono sottoposte, è fondamentale continuare il percorso promosso insieme a scuole, associazioni e centri antiviolenza con programmi di educazione al rispetto e alla parità di genere.
Proseguono le campagne di sensibilizzazione, i progetti educativi rivolti alle giovani generazioni e le iniziative culturali volte a contrastare modelli patriarcali che ancora alimentano dinamiche di controllo e disuguaglianza. Nell’ottica della prevenzione rientra anche la formazione specifica degli operatori coinvolti, perché proteggere tempestivamente le vittime e prevenire la recidiva richiede competenze, coordinamento e consapevolezza.
Parallelamente, l’obiettivo dell’Amministrazione è il rafforzamento continuo di una rete di sostegno alle donne, affinché chi decide di uscire da una situazione di violenza trovi protezione, accoglienza e accompagnamento concreto. Una rete solida significa non lasciare nessuna sola, garantire ascolto, sicurezza e reali opportunità di autonomia.
Questo è l’impegno che portiamo avanti: sostenere il centro antiviolenza, investire nella prevenzione culturale, rafforzare i servizi e costruire collaborazione tra istituzioni e territorio.
Per questo il nostro impegno non è mai stato e non sarà mai in discussione, ma deve essere un impegno che guarda alle cause profonde, non solo alle conseguenze.
Perché una società davvero giusta non è quella in cui le donne imparano a difendersi meglio.
È quella in cui non devono difendersi affatto.
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