In occasione del Giorno del Ricordo, si è tenuta al Giardino Martiri delle foibe di via Trivioli la cerimonia istituzionale. Nell’occasione, sono intervenute anche il prefetto Patrizia Palmisani e la presidente della Provincia Monica Patelli. Accanto alle rappresentanze istituzionali, hanno seguito l’evento anche una delegazione della Consulta provinciale degli Studenti, alcuni alunni della primaria Taverna tra i componenti del Consiglio di circolo, oltre agli studenti della scuola media e del Consiglio comunale dei Ragazzi e delle Ragazze di Gragnano.
IL DISCORSO DEL SINDACO KATIA TARASCONI
Un anno fa, in questo giardino dedicato ai Martiri delle foibe, i bambini della scuola Vittorino da Feltre ci hanno raccontato, tenendo in mano una simbolica valigia, cosa avrebbero portato con sé se fossero stati costretti ad abbandonare la propria casa: chi una foto di famiglia, chi il peluche con cui dormire, per qualcuno provviste di cibo o una coperta per stare al caldo. E noi, cosa avremmo scelto di mettere in quel bagaglio che contiene una vita intera?
Si può essere profughi e stranieri anche nel cuore della propria Patria
E’ una domanda che vale, purtroppo, in ogni tempo e in ogni luogo, ma la ricorrenza che oggi celebriamo ci rammenta, innanzitutto, che si può essere profughi e stranieri anche nel cuore della propria Patria. Come accadde agli oltre 300 mila connazionali che, dopo il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, dovettero lasciare la loro terra d’origine, i paesi in cui erano nati e cresciuti, mentre gli accordi internazionali stabilivano la cessione alla Jugoslavia dell’Istria, delle città di Fiume e Zara, delle isole di Cherso e Lussino, disponendo inoltre che i beni e le proprietà dei cittadini italiani potessero essere requisiti dal governo di Belgrado.
Già nei mesi precedenti, ricordano gli archivi del Quirinale, l’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva chiesto ragione delle vittime e delle sparizioni durante l’occupazione slava nelle terre guliano-dalmate, presentando “una lista di 2500 nomi di deportati” e denunciando che almeno 7500 persone risultavano scomparse. Furono ben di più in realtà, i detenuti nei campi di concentramento titini, a seguito dei brutali rastrellamenti tra chiunque parlasse italiano. E migliaia coloro che trovarono la morte non solo per la fame o gli stenti in quei lager, ma nei dintorni delle proprie case, in quel paesaggio che conoscevano sin dall’infanzia, gettati come spazzatura nelle fenditure profonde del Carso dove l’umanità stessa affondava nel baratro.
Per sentirsi prigionieri è sufficiente la violenza quotidiana
Per sentirsi prigionieri, tuttavia, non è necessario oltrepassare la soglia della reclusione. E’ sufficiente la violenza quotidiana delle persecuzioni tese a soffocare la libertà, a cancellare i diritti fondamentali e persino i doveri civici che connotano l’identità di una persona: insegnare o imparare la propria lingua madre a scuola, celebrare messa e impartire i sacramenti ai propri fedeli, svolgere con responsabilità e spirito di servizio il proprio ruolo di funzionari e ufficiali pubblici. E’ così, che si diventa esuli ancor prima di partire.
Avvenne per sacerdoti e suore, insegnanti e impiegati nei Comuni dei territori occupati, medici e personale sanitario negli ospedali. Per gli antifascisti che esprimevano dissenso nei confronti del regime di Tito. Per le forze dell’ordine, come i Carabinieri che, rimasti a presidiare le proprie comunità, furono tra i primi bersagli delle milizie slave: tra loro i 12 addetti alla vigilanza della centrale idroelettrica di Bretto Inferiore, costretti a marciare per ore sino a raggiungere l’altopiano dove, il 25 marzo 1944, sarebbero stati torturati e uccisi. Anche alla loro memoria, venne conferita alla Bandiera dell’Arma la Medaglia d’Oro al Merito Civile, rendendo il tributo dello Stato al sacrificio degli oltre 250 militari che, con la stessa divisa, “immolarono la propria vita nella difesa di quei martoriati territori”.
Troppo a lungo si è taciuto ciò che è stato
Troppo a lungo, si è taciuto ciò che è stato. Nei libri di storia, nelle aule, nel dibattito politico. Ma non è più tempo di stare in silenzio: “I tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare – ha detto il Presidente Mattarella – sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie, un danno inestimabile per la coscienza collettiva di un popolo e di una nazione”.
Ancora una volta, riaffermiamo che conoscere il passato è l’antidoto più importante perché se ne possa trarre l’insegnamento necessario – e sempre attuale – sul valore universale della pace e del pluralismo. Contro ogni anelito irredentista, ogni forma di totalitarismo o di estremismo foriero di guerra, ogni minaccia o prevaricazione nei confronti di una minoranza. Perché a nessuno si imponga più di racchiudere, in una sola piccola valigia, il senso della propria esistenza, la profondità delle sue radici, ciò in cui crede o la propria libertà.















Iscriviti per rimanere aggiornato!
Compilando i campi seguenti potrai ricevere le notizie direttamente sulla tua mail. Per garantire che tu riceva solo le informazioni più rilevanti, ti chiediamo gentilmente di mantenere aggiornati i tuoi dati.
