Dalle scuole protagoniste a Palazzo Farnese all’apertura in Piazza Cavalli, fino alla lectio di Matteo Lancini e agli appuntamenti della sera. Il Festival del Pensare Contemporaneo è partito mettendo al centro comunità, giovani, relazioni e la necessità di trovare nuove strade per abitare un presente complesso.
Piacenza aveva cominciato ad attraversare il contemporaneo. E lo aveva fatto insieme. Era partita da qui, dal significato più profondo di quel verbo scelto come titolo dell’edizione – “Attraversiamo. Lasciare/Approdare” – la prima giornata del Festival del Pensare Contemporaneo, che aveva riportato nel cuore della città incontri, riflessioni, musica e soprattutto il desiderio di interrogarsi sulle trasformazioni del nostro tempo.
Dalle scuole a Piazza Cavalli: il Festival parte dai giovani
Un esordio che aveva subito restituito il senso di un Festival pensato non soltanto come successione di appuntamenti, ma come esperienza collettiva. E non era stato casuale che il primo passo fosse stato affidato proprio ai più giovani. Nel pomeriggio, a Palazzo Farnese, “A scuola per attraversare il contemporaneo” aveva aperto il programma con le scuole, attraverso la presentazione e la performance dei laboratori didattico-innovativi e delle installazioni artistiche. Da lì, le delegazioni scolastiche si erano poi mosse a piedi verso Piazza Cavalli, quasi traducendo fisicamente in un gesto il tema scelto per l’edizione: attraversare.
Proprio Piazza Cavalli aveva ospitato l’apertura ufficiale, con il sindaco di Piacenza Katia Tarasconi, Mario Magnelli e il curatore del Festival Alessandro Fusacchia.
Fusacchia: “Non si può attraversare da soli il mondo”
Era stato Fusacchia a mettere a fuoco il significato di quella parola, “attraversiamo”, contrapponendola a un’altra che aveva segnato profondamente gli ultimi anni: resilienza. “Ci siamo abituati alla parola resilienza, l’abbiamo pure abusata”, aveva osservato il curatore. Ma l’immagine dello stare fermi mentre intorno soffia il vento, aveva spiegato, ormai non bastava più: “Il vento non scende, non scende più”.
Da qui la necessità di muoversi, scegliere, lasciare qualcosa e dirigersi altrove. Ma soprattutto di farlo insieme. “Attraversiamo” e non “attraverso”, aveva sottolineato Fusacchia, perché “si può andare da soli nel mondo, ma non si può attraversare da soli il mondo”. Una dimensione collettiva che trovava nel Festival stesso una propria rappresentazione concreta: persone riunite, in presenza, per provare a dare risposte alle molte incertezze del presente.
E se attraversare significa necessariamente dirigersi verso un approdo, il Festival aveva scelto di non offrire destinazioni preconfezionate. Fusacchia aveva invitato piuttosto a guardare alla traiettoria: “Il tragitto, la traiettoria, il senso di direzione contano molto più del punto di arrivo”. Sullo sfondo, il bisogno condiviso di ritrovare senso, felicità, respiro e una capacità nuova di “stare al mondo insieme agli altri”.
Gancitano e Tarasconi: ritrovare il senso dello stare insieme
Era proprio lo stare insieme uno dei fili che aveva attraversato l’avvio del Festival. Lo aveva evidenziato anche la direttrice filosofica Maura Gancitano, partendo dal tema della narrazione e dal suo nuovo Animali narrativi. Gli esseri umani, aveva spiegato, hanno bisogno di sentirsi parte di una storia, di sapere da dove vengono e di immaginare un futuro possibile. Ma questa costruzione di senso non avviene in solitudine.
In un tempo in cui le storie sembrano moltiplicarsi incessantemente – dalle notizie che raggiungono gli smartphone ai racconti di sé sui social – si era creato, secondo Gancitano, un paradosso: la sensazione che sia diventato sempre più difficile trovare una storia autentica capace di dare significato alla vita. Una condizione particolarmente evidente tra i giovani, molti dei quali, aveva osservato, finiscono per sentirsi “superflui”. Per questo le narrazioni necessarie al presente devono essere capaci di mettere in movimento anziché paralizzare. E, soprattutto, dietro le storie resta qualcosa di ancora più importante: la relazione umana. “Quello che è importante, che è il senso poi del creare un festival come questo, è lo stare insieme”, aveva spiegato Gancitano.
Parole che avevano trovato un’eco anche nell’intervento del sindaco Katia Tarasconi, che aveva definito il Festival un vero e proprio “investimento sul futuro della città”. Non soltanto strade, parchi e infrastrutture: investire in una comunità, aveva ricordato, significa investire anche “sulla cultura, sull’anima” e sulla possibilità di condividere momenti nei quali confrontarsi sui grandi temi contemporanei.
Anche per Tarasconi la questione centrale era stata il passaggio dall’io al noi. Non soltanto Piacenza, aveva osservato, ma l’intero presente stava attraversando una fase complessa, “dove c’è molto io e molto poco noi” e nella quale il senso di comunità rischia di indebolirsi. Da qui la necessità di investire in occasioni capaci di trasformare la fiducia in “idee, pensieri e parole”. E lo sguardo si era spinto anche più avanti, fino all’ambizione dichiarata per il 2033: Piacenza capitale europea della cultura, un percorso definito arduo ma realizzabile.
Lancini e le nuove generazioni: relazioni, solitudine e futuro
Dopo l’apertura ufficiale, Piazza Cavalli aveva lasciato spazio a uno degli appuntamenti centrali della giornata, la lectio “A volte ti amo” dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro.
Al centro erano tornate le nuove generazioni e la difficoltà degli adulti di comprenderne fino in fondo le trasformazioni. Lancini aveva messo in discussione la narrazione secondo cui ragazzi e ragazze sarebbero semplicemente cresciuti con troppa protezione e poche frustrazioni. Dietro le loro difficoltà, aveva spiegato, c’è una società profondamente cambiata, attraversata da messaggi spesso contraddittori: essere se stessi, diventare presto autonomi, non dipendere dagli altri e, contemporaneamente, riuscire a realizzarsi.
In questo scenario, una delle questioni più urgenti era diventata la solitudine. Ed era da lì che Lancini aveva affrontato uno dei nuclei fondamentali della relazione fra individuo e collettività: la coppia. Non per proporre un ritorno ai modelli del passato, ma per chiedersi quale forma potessero assumere i legami delle nuove generazioni.
La coppia del futuro, nella sua riflessione, poteva diventare uno “spazio creativo”, più vicino per alcuni aspetti all’amicizia, capace di accettare la negoziazione tra i propri bisogni e quelli dell’altro e di non rimuovere la fatica e il dolore. “A volte ti amo, a volte no”, aveva sintetizzato Lancini, ricordando come una relazione non possa essere ridotta all’immagine di qualcosa che sia sempre semplice e privo di conflitti.
Dalle parole alla musica, il primo attraversamento del Festival
La prima giornata era poi proseguita in serata secondo un programma che teneva insieme linguaggi differenti. In Piazza Cavalli “La musica ci attraversa” aveva previsto i concerti filosofici condotti da Andrea Colamedici e Maura Gancitano con Vasco Brondi, Levante, Mannarino e Rares; al Teatro dei Filodrammatici, invece, Silvia Bencivelli e Dario Vergassola erano i protagonisti di Medicina spericolata.
Era così che il Festival aveva compiuto il suo primo attraversamento: dalla scuola alla piazza, dalla filosofia alla psicologia, dalle parole alla musica, dalle domande dei giovani alle trasformazioni delle relazioni.
E forse il senso della giornata era rimasto proprio nell’uso del plurale scelto per il titolo. Non l’idea di trovare una risposta unica alle inquietudini del presente, ma quella di creare uno spazio nel quale poterle affrontare insieme. Piacenza aveva iniziato il suo Festival mettendosi in cammino. Non per sapere già dove approdare, ma per riscoprire, almeno per qualche giorno, il valore di attraversare insieme.

















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